Se il mercato fa rima con democrazia

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Raffaele De Mucci: La ricetta contro le élite di rapina? Limitare l’onnipotenza dei governi

Pare che l’anno da poco terminato si sia rivelato, dopo la fine della Guerra fredda, il più tormentato da sanguinose violenze ed aggressioni spietate, tra l’altro tutt’ora in corso. Nell’ultimo ventennio, assieme allo scorso “ordine mondiale”, sembra essere saltata qualunque forma, ancorché rudimentale, di governance globale. In teoria, esiste ancora una sola istituzione internazionale con un potere forte: il Consiglio di sicurezza dell’Onu, posto che i cinque membri permanenti siano concordi nelle scelte ed azioni da compiere. Nel secolo passato, la Guerra fredda aveva contribuito a cristallizzare un sistema basato sulla minaccia di distruzione reciproca delle due superpotenze – Usa e Urss – a ciascuna delle quali gli altri Paesi si erano aggregati, scegliendo a volte la libertà altre invece subendo la tirannia. La vittoria delle democrazie liberali offrì a milioni di persone tali opportunità di benessere e libertà sicché la fine della Guerra fredda fu presa a simbolo della «fine della Storia» da Francis Fukuyama, sul presupposto che la democrazia liberale avrebbe potuto costituire «il punto d’arrivo dell’evoluzione ideologica dell’umanità». Non dobbiamo tuttavia dimenticare che la teoria della «fine della Storia» aveva già un nobilissimo antecedente in Hegel. Il grande filosofo era infatti presente alla battaglia di Jena nel 1806, nella quale l’esercito francese distrusse l’armata prussiana, decretando con essa, secondo Hegel, «la fine della Storia», poiché solo gli Stati che avessero adottato i principi e le tecniche della Francia rivoluzionaria, avrebbero potuto competere e sopravvivere. Oggi, in fatto di analisi e studi sullo sviluppo economico e sociale del mondo, siamo nell’anno giusto per fare dei bilanci. Il 2015 è infatti l’anno di scadenza degli Obiettivi di sviluppo del Millennio ed i risultati sono molto positivi, in gran parte ottenuti grazie alla globalizzazione e alla crescita economica di paesi una volta poverissimi. Si parla di dimezzamento della povertà assoluta nel mondo, riduzione della mortalità infantile, della denutrizione, dell’incidenza di malaria, Aids e altre malattie, riduzione delle disuguaglianze. In pochi anni il mondo ha vissuto un progresso materiale mai visto prima nella storia. Se –ad esempio- si attuasse il Doha round, accordo di liberalizzazione da più di un decennio in negoziazione nell’Organizzazione mondiale del commercio, il beneficio sarebbe di oltre 2 mila dollari per dollaro speso, 2 mila volte superiore alla spesa per la “protezione sociale”. Per i paesi in via di sviluppo sarebbe ancora superiore, circa 3.500 dollari; così tali paesi prenderebbero la fetta maggiore dei 5 mila miliardi di ricchezza l’anno prodotta in più. Di regolazione in regolazione, però, i paesi democratici si trovano in un immenso dilemma del prigioniero, che rende sempre più difficile per i decisori pubblici portare avanti delle riforme che potrebbero invece favorire la società in generale. Il problema va letto ricordando il funzionamento della democrazia al fine di spiegare, in tale contesto, come ogni singolo gruppo di interesse riesca a prevalere sull’interesse della collettività, generando costi diffusi che si scaricano su tutti e si aggiungono –nel tempo- ad ogni provvedimento, diventando insostenibili. E’ la teoria dei costi diffusi e dei benefici concentrati che ci porta anche a ricordare quanto Frédéric Bastiat mirabilmente spiegava: “Lo Stato è la grande finzione attraverso la quale ognuno cerca di vivere a spese di tutti gli altri”. Ne discutiamo col professor Raffaele De Mucci che ha curato di recente la pubblicazione di “Economia di mercato e Democrazia: un rapporto controverso”.

Raffaele De MucciStudiando la storia, il rapporto tra la Democrazia ed il libero mercato presenta vicende controverse ed il legame non sempre appare inarrestabile. Oltre ad assicurarne lo sviluppo economico, cosa occorre ad un paese per garantirne la democratizzazione?

Non è affatto detto che lo sviluppo economico, inteso come aumento complessivo del livello dei redditi (e misurato con indici legati al PIL), garantisca di per sé l’innesco di processi di democratizzazione. Al contrario, esistono casi storici che dimostrano come lo sviluppo economico venga sovente promosso e favorito da regimi autoritari o persino totalitari a vocazione “modernizzante” (è il caso, negli anni ’70, del Cile di Pinochet e più anticamente della Germania bismarkiana o della Francia orleanista). Credo che l’elemento fondamentale di questa relazione sia il passaggio, o meglio il transito, attraverso lo stato liberale: è questo passaggio che prelude alla democrazia di massa nella forma che con Dahl definiremo “poliarchia” – cioè pluralità di poteri e contropoteri in conflitto regolato fra loro – ciò che ha effettivamente garantito nel mondo occidentale, in Europa come negli SU, l’equivalenza e la coessenzialità fra democrazia e capitalismo. Mentre l’assenza di tali istituzioni e della legittimità che le sostiene può di fatto ostacolare o rendere anomala, in altri contesti, l’instaurazione di regimi che non abbiano, per l’appunto, le caratteristiche dei sistemi liberal-democratici (dove il trattino sta a significare la successione storica e l’imprescindibilità dei due termini: simul stabunt aut simul cadent, stanno insieme o assieme cadono).

Sono sufficienti la libertà e l’uguaglianza, sia politica sia economica a garantire una condizione sociale stabile e soddisfacente? Ed in che modo ridurre i rischi che un’élite organizzata estragga sistematicamente rendite dalla collettività?

A margine del consueto trade-off fra libertà e uguaglianza per la definizione dei regimi democratici di “buona qualità”, occorre osservare che la libertà è un dato morale – come affermava Hume – quindi un bene irrinunciabile. L’uguaglianza invece è un valore acquisitivo cui è bene tendere ma di cui non si possono avere né apriorismi, né certezza alcuna. A meno di non cadere nella “presunzione fatale” – per dirlo come Hayek – di predeterminare costruttivisticamente i criteri migliori per attuare un progetto di uguagliamento della società (parti uguali ai disuguali o parti disuguali agli uguali, ecc.). C’è sempre bisogno di un’autorità politica che decida per tutti e su tutti un principio di uguaglianza. Che, non a caso, è il valore più invocato nei regimi populistico-totalitari, nelle cosiddette “democrazie popolari” legate all’impero sovietico, e persino – in certa misura – nei sistemi di Welfare. Quanto alle élite “di rapina” che estraggono risorse dalla società sotto forma di rendite finanziarie, reddito politico, tasse, imposte e altre gabelle simili, la ricetta è sempre la stessa che raccomandava Ludwig von Mises: stringere i confini del “governo onnipotente”, semplificando e sfoltendo procedure e burocrazie, allentare o abbandonare le politiche di centralizzazione e dirigismo, aumentare il sistema dei controlli diffusi e la cultura della legalità.

Come la democrazia può favorire lo sviluppo economico e come gestire il processo senza cadere nell’azzardo morale diffuso?

La democrazia può favorire e incentivare uno sviluppo economico “corretto” ovvero immunizzato dall’ “azzardo morale”, traslando in campo economico le stesse regole di libera competizione che ne garantiscono il funzionamento politico, impedendo le concentrazioni e i monopoli e garantendo il pluralismo degli attori e la piena libertà negli scambi.

Numerose evidenze ci illustrano quanto le democrazie occidentali scelgano troppo spesso politiche che riducono lo spazio di libero mercato, benché ciò non offra beneficio ai consumatori anche perché le preferenze degli elettori sono distorte da sistematici pregiudizi: come mai accade ciò e come minimizzare i rischi di una inarrestabile deriva segnata da più spesa pubblica e più tasse?

È vero: c’è un processo di progressiva degenerazione delle democrazie verso forme camuffate di socialismo “post litteram”, dietro la copertura dello stato di Welfare, del dirigismo tecnocratico (vedi la governance dell’Ue), del centralismo burocratico. E la ragione è sempre la stessa: si ignorano o si dimenticano i postulati della “società aperta” (Popper) e dei suoi presupposti liberali. Inoltre, emerge la logica perversa degli interessi da constituency elettorale, per cui il rappresentante eletto non è il rappresentante di tutta la nazione – come scriveva Burke – ma è portatore degli interessi particolari delle clientele di elettori e soprattutto dei “grandi elettori” che gravitano attorno ai partiti politici. Quando si impone la partitocrazia siamo molto fuori dall’orizzonte dello stato liberal- democratico. Ripristinarlo servirebbe quanto meno a contenere gli effetti di deriva di cui si parlava sopra.

È possibile migliorare la qualità della democrazia attraverso l’istruzione, anche per ridurre l’irrazionalità demagogica dilagante? In che modo ed evitando quali errori?

La risposta è scontatamente e intuitivamente positiva. La crescita non solo quantitativa ma anche qualitativa dell’istruzione e della cultura sono il prerequisito per la stabilità e il miglioramento della democrazia. Anche per ridurre l’ “irrazionalità demagogica dilagante” come opportunamente si osserva nella domanda. Peraltro, come asseriva Hayek, la diffusione delle conoscenze è il miglior antidoto contro tutte le forme di dispotismo. Ma la condizione perché questo avvenga è – a mio modo di vedere – che si possa disporre di una scuola “libera” che, accanto agli istituti pubblici, metta in condizioni di operare in regime di concorrenza anche le scuole private (e non solo quelle cattoliche).

@antonluca_cuoco