Se non ora, quando? (Ma il femminismo non c’entra)

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Da qualche anno diversi gruppi di donne rivendicano la loro autonomia in maniera diversa da quella originale. Essa prese forma subito dopo l’avvio della contestazione globale del ’68. Quel refrain faceva riferimento alla loro sfera riproduttiva, rimarcando che la stessa doveva essere gestita da loro e da nessun altro. Superata da tempo tale impasse, le Signore Donne hanno rinnovato, sostituendola, la loro rèclame con un’altra di genere diverso, composta in forma d interrogativa indiretta. La stessa suona: “Se non ora, quando?”. È generica, quindi utilizzabile in molte situazioni che si sono instradate su percorsi disagiati, comportanti difficoltà e lungaggini. Il caso Ucraina rientra a pieno titolo tra le fattispecie appena accennate. Ne dà prova l’ultimo meeting, quello che si è tenuto domenica e lunedi scorsi a Berlino: è mancata la famosa o famigerata ‘terza firma” affinchè quanto ipotizzato – non stabilito, nb! – si avviasse alla volta dell’ auspicato accordo di pace. Nonostante l’atmosfera natalizia, tutta la vicenda sembra danzare al ritmo del tempo sospeso, e tutto fa pensare che la nave del cessate il fuoco, ancor prima di quella della pace, incroci in acque profonde e, ancor più preoccupante, lontano dalla costa. Anche in Palestina, dove tutto accadde duemilaventicinque anni fa, la situazione è completamente fuori controllo e, in più, è degenerata oltre ogni misura: si è arrivati all’assassinio casa per casa, procedura già sperimenta con macabro successo in altre località non molto distanti.
Dialogare di eventuali accordi tra Tel Aviv e Gaza è come tentare di colorare il cielo o spegnere il fuoco con la benzina. Succede cosi che l’unico motivetto da accennare per tentare di contenere la tensione potrebbe essere “E lo chiamano Natale”, sulla traccia del brano di Bruno Martino “E la chiamano estate”, fatte le opportune variazioni, of course.