Senza la coscienza del popolo si moriva nel cemento. Scampia, parlano i redattori-attivisti di Scomodo Napoli

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di Rosina Musella

Il pomeriggio del 1° maggio gli attivisti e le attiviste di Scomodo Napoli (di cui abbiamo parlato in un precedente articolo) hanno presentato al Cantiere 167 di Scampia il numero 40 di Scomodo in cui compare il reportage “Senza la coscienza del popolo si moriva nel cemento”. Nato dalla fusione tra gli scatti che Matteo Magnoni, redattore e attivista di Scomodo Napoli, ha raccolto lo scorso anno durante il concerto tenuto a Scampia a seguito dell’abbattimento della Vela Verde, e le parole di Ciro Amitrano e Matteo Giacca, rispettivamente responsabile locale e responsabile editoriale di Scomodo Napoli, l’articolo denuncia la tragica situazione in cui versa la comunità di Scampia ad un anno dall’abbattimento della Vela Verde, raccontando la piaga dell’abbandono statale che affligge le periferie, aiutate solo delle associazioni locali. Associazioni come il “Comitato Vele di Scampia”, il cui presidente Omero Benfenati ha raccontato, nel reportage realizzato dagli attivisti di Scomodo, la propria storia di lotta e quella del suo quartiere.
Per parlare del reportage e degli obiettivi di Scomodo per il post-pandemia, abbiamo intervistato Matteo Giacca e Matteo Magnoni.

Com’è nata l’idea del reportage?

Giacca: Diversi mesi fa tenemmo una lezione con Paolo Manzo, fotoreporter napoletano che collabora con El País, che parlò della necessità di dare una narrazione diversa della periferia. L’idea di realizzare il reportage nacque poco dopo e la base posta da Matteo Magnoni è stata fondamentale per strutturare il tutto, perché in alcune circostanze le immagini arrivano meglio di tante parole. Da lì, io e Ciro abbiamo scritto l’articolo pubblicato nel numero 40 della rivista e volto a denunciare la situazione di abbandono in cui riversano le periferie, sostenute solo dalla lotta popolare.

Magnoni: Stavo partecipando ad un’assemblea della redazione e, avendo già pronto del materiale fotografico raccolto il 20 febbraio dello scorso anno, misi gli scatti a disposizione per un articolo scritto poi da Ciro e Matteo Giacca. Siamo riusciti a portare avanti un punto di vista diverso dalla narrativa solita che dipinge Scampia come camorra e droga, non facendo altro che alienare sempre più un posto che si ritrova in questa situazione perché non sostenuto dallo Stato, ma i cui abitanti non si perdono d’animo, soprattutto grazie al lavoro associazioni locali.

Quale ritenete sia una peculiarità di Scomodo?

Giacca: Le persone apprezzano il nostro modo diverso di fare editoria, e in realtà per farlo basterebbe voler fare aggregazione, non censurare e raccontare ciò che viene già scritto da altri, ma offrendo un’altra narrazione. Lo abbiamo notato con l’evento del 1 maggio, in cui le persone del posto hanno parlato volentieri con noi di ecologismo, femminismo e delle lotte che portano avanti da più di quarant’anni. Questo ci fa sperare che dopo l’emergenza sanitaria sarà possibile svolgere sempre più attività a sostegno della comunità, arrivando nelle periferie e parlando con coloro che vivono certe esperienze in prima persona.

Magnoni: Spesso andiamo a compensare alcune mancanze del sistema scolastico, trattando argomenti della storia contemporanea, come le Brigate Rosse, che molti giovani non conoscono e su cui è stato pubblicato un articolo qualche mese fa, oppure problemi sociali, come quello di Scampia, dove ci sono palazzi privi di ascensori e zone senza collegamenti con l’esterno per mancanza di pullman o tram. Le persone vengono lasciate a se stesse e l’abbandono in cui vivono è difficile da comprendere, per questo sono convinto che queste storie vadano raccontate, per far conoscere queste realtà e dare speranza a chi le vive.

Quindi pensate anche ad una collaborazione con le scuole?

Giacca: Scomodo, prima della pandemia, è sempre entrato nelle scuole e continuerà a farlo. Il sistema scolastico italiano ha delle enormi mancanze: la creatività non viene stimolata, non si insegnano i valori dell’uguaglianza e studenti e docenti sono entrambi parte lesa di questo sistema. Con la pandemia le disuguaglianze aumenteranno sempre di più, perché uno studente che oggi non ha i mezzi per seguire adeguatamente le lezioni sarà limitato nel percorso di studi e potrebbe non avere modo di realizzarsi pienamente. Questo è il modo futuro di intendere il legame di Scomodo con la scuola: colmare le distanze che ci sono e, laddove servisse, sostituirsi alle istituzioni scolastiche offrendo supporto a chi è stato lasciato indietro.

Quali sono gli obiettivi di Scomodo per il post-pandemia?
Magnoni: è difficile prevedere il futuro post-pandemico e gli argomenti da affrontare saranno tanti, tutti legati al sistema strutturale della nostra società, sempre più pieno di pecche. Se si va verso un futuro come quelli raccontati da Orwell in ‘1984’ o Dick ne ‘La svastica sul sole’, alcune realtà verranno sempre più lasciate ai margini. Quindi sento la responsabilità di raccontare queste storie e l’obiettivo del nostro lavoro è occuparci dell’essere umano, ormai non più visto come un individuo senziente ed emotivo, ma solo come una serie di numeri. Il nostro compito è dare valenza alle persone e farle esistere, generando un vero cambiamento. Non tutti possono farlo, quindi chi ha questo privilegio deve anzitutto riconoscerlo e poi mettersi a servizio degli altri.