Sequestrati pozzi a Casal di Principe: sono contaminati da sostanze nocive

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Dieci pozzi di falda acquifera di proprietà di privati cittadini sono stati sequestrati dai carabinieri a Casal di Principe (Caserta) perchè risultati contaminati da sostanze nocive, come il manganese e il piombo, interrate tra gli anni ’80 e ’90 dal Dieci pozzi di falda acquifera di proprietà di privati cittadini sono stati sequestrati dai carabinieri a Casal di Principe (Caserta) perchè risultati contaminati da sostanze nocive, come il manganese e il piombo, interrate tra gli anni ’80 e ’90 dal clan dei Casalesi. E’ uno dei primi punti, certificato dall’Arpac, dell’inchiesta sul disastro ambientale provocato nei terreni dei comuni casertani della Terra dei Fuochi dal clan che piu’ di ogni altro ha guadagnato con il traffico illecito di rifiuti e sostanze tossiche dal Nord al Mezzogiorno. Fino ad ora infatti magistratura e forze dell’ordine avevano indagato solo sulle discariche legali utilizzate dalla camorra o sulle ex cave riempite di immondizia. Il provvedimento di sequestro preventivo eseguito dai carabinieri di Casal di Principe in collaborazione con il personale del Noe, e’ stato emesso dal Gip del Tribunale di Napoli su richiesta della locale Dda che ha iscritto nel registro degli indagati anche quattro elementi del clan per i reati di adulterazione delle acque con l’aggravante mafiosa, tra cui i boss Walter Schiavone e Francesco ‘Cicciariello’ Schiavone, rispettivamente fratello e cugino del capoclan Francesco Schiavone, noto come ‘Sandokan’. Determinanti per l’individuazione dei siti contaminati sono state le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, le cui confidenze hanno permesso agli inquirenti di individuare tra il settembre 2013 e il febbraio 2014 dei terreni, ubicati in particolare in via Isonzo e via Circumvallazione a Casale, in cui sarebbero stati interrati negli anni rifiuti speciali e altamente nocivi; due aree che sorgono a fianco al mercato settimanale, che e’ stato poi spostato, e ad un altro terreno gia’ controllato in passato con esito negativo. Dagli scavi effettuati nelle due circostanze emerse soprattutto materiale di scarto dei lavori edili, come amianto ed eternit, ma non i famosi fusti di cui avevano parlato i pentiti, probabilmente perche’ dopo tanti anni si erano deteriorati. Dai carotaggi e dalle analisi effettuate e’ poi emersa la presenza nel sottosuolo di particelle di stagno, berillo ed idrocarburi pesanti, ma, cosi’ come l’amianto, in misura comunque inferiore ai limiti di legge; mentre i pozzi d’acqua sono risultati contaminati da solfati, nitrati, zinco, piombo, dal tricolorometano, dal tribromometano, dal tetracloroetilene, e da altre sostanze tossiche. I pozzi – che in quella zona sono per molti cittadini l’unica fonte di approvvigionamento idrico, visto che i due terzi della popolazione non ha l’allacciamento alla rete idrica pubblica – sono stati affidati ai proprietari nominati custodi giudizi