Si può fare di più per la gestione dei musei, ma bisogna avere il know how

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Il super esperto di economia ospita nella sua trasmissione radiofonica uno degli elementi di spicco dell’associazione nazionale delle aziende che operano nelle attività culturali. Tutti attenti. Da l’espertissimo antico scettico ora attuale fautore della messa a reddito dei beni culturali. Un bel rovesciamento di posizione, ma che importa, bisogna evolversi. Giusto, giustissimo. Pagine e pagine di un lungo rapportone sui risultati delle politiche dei beni culturali. Accidenti. C’erano politiche in atto e pochi se ne erano accorti. Fiumi di parole ribadiscono che tra nord Italia e Italia meridionale c’è un enorme divario che non riesce ad essere colmato da pochi illuminatissimi e modernissimi esempi di gestione. Punto primo: chi ha detto che la gestione dei beni culturali al nord sia migliore delle politiche in atto al sud? Punto due: siamo certi che in Italia siano in atto politiche di gestione dei beni culturali? Certamente I dati numerici parlano chiaro e ci raccontano che in Italia il 60 % circa delle persone non va nei musei, e la maggior parte dei latitanti possibili turisti, si trova proprio al meridione d’Italia. La domanda, la domandona da mettere sul tavolo, in bella vista, è “come mai, oh come mai gli Italiani vanno poco nei musei o nei siti culturali?”. Dolorosa quanto semplice la risposta: perché si annoiano. Alla faccia della qualità e quantità delle opere d’arte, dei siti, dei musei e delle gallerie d’arte, gli italiani niente, non amano andare nei musei. Oh razza d’incolti, questi connazionali che non vanno al museo. Eppure da tutte le nazioni del mondo, in Campania come in tutte le altre regioni italiane, i visitatori stranieri sono numerosissimi. Anzi hanno fatto rilevare un vero boom di presenze. In Italia, dunque, è il meridione che diserta i musei. Il mondo dei colti punta il dito sul solito meridione zotico, perdente rispetto all’evoluto nord. Finirla con queste battaglie nord contro sud, tipo soldatini nordisti contro soldatini suddisti, che fanno bene solo ai roboanti titoli di giornali e trasmissioni di levatura a dir poco discutibile, bisognerebbe affrontare il problema cominciando a chiedersi perché mai proprio al meridione, dove c’è una concentrazione d’arte, architettura e ambiente a dir poco strepitosa, i locali disertano I musei. Punto primo: la raggiungibilità. Ore ad aspettare autobus, metro funzionanti ma con orari umorali, parcheggi per auto diventati pio desiderio di chi ha deciso di prendere la macchina. Diciamolo, raggiungere I siti d’interesse è proprio difficile, avventuroso e stancante. Punto secondo: la gente non ama pagare per visitare un museo, una mostra, un sito. Sarà anche vero, ma allora I musei ad ingresso gratuito, le chiese e le bellezze open air dovrebbero essere affollate di campani estasiati dal bello. Invece no. E questo dato è identico al Nord Italia come al Sud. Come mai? La visita risulta noiosa, una passeggiata tra cose belle, qualche selfie e vai su Istagram, con in mente l’uscita dal museo, direzione in pizzeria. Le logiche del mercato sono sempre identiche a prescindere l’oggetto: si è disposti a pagare, a volte anche molto, quando si riceve qualcosa in cambio. Semplice, la gente odia pagare le tasse, in Italia, semplicemente perché I soldi che paga non gli sono restituiti in forma di servizi. Non va al museo perché guardare opere belle ma senza esserne catturato, emozionato, non è divertente, interessante, e si può far altro. Pagare un corso d’inglese tenuto in maniera sommaria, senza riuscire ad essere spronati al risultato, è decisamente seccante. Se pago per un vestito o un trucco o una macchina che mi farà sentire più bello, più figo, più interessante penserò di aver speso bene I miei soldi. Come fare allora? Inutile star lì sul trespolo, con l’aria saccente, nei confronti della becera ignoranza e otemporaomores. Proporre al pubblico dei visitatori qualcosa che trasformi la visita in un esperienza indimenticabile è ancora diverso da quanto messo in atto da Direttore Giulierini al Mann: non serve aprire il museo a funzioni diverse da quelle a cui è deputato sperando che a quel punto il turista, trovandosi in loco, visiti anche le sale allestite. Eppure allo stato “l’esperienza Giulierini” è comunque innovativa. Il turista, italiano o non, deve andare al museo per vedere le opere in esso conservate, restarne conquistato, emozionato e coinvolto tanto da essere protagonista di un processo di autoidentificazione con quanto sta vedendo. La visita diventerà un esperienza indimenticabile e il suo racconto porterà al Museo tanti nuovi visitatori. Belle parole si potrebbe pensare, Invece no. Con le tecniche dell’interpretazione, ben studiate e messe in atto ogni esposizione può diventare emozionante ed ogni museo essere un punto d’aggregazione. I ragazzi che a Reggio Calabria, alle sette della sera, affollano I gradini del museo archeologico in pieno centro, sanno perfettamente che a 10 passi dall’ingresso ci sono I bronzi di Riace. I i filmati sul loro ritrovamento provocano in ognuno di loro l’emozione di una scoperta di un pezzo della propria storia. Si danno appuntamento sulle scale del museo e non al bar, che è di fronte, perché si sentono uniti da un filo invisibile a quella storia che li emoziona, li fa sentire parte del territorio. Si può e si deve fare di più in barba a chi parla per piaggeria e senza conoscere l’argomento.