Si vota, mercati in sospeso in attesa del referendum

53

 

Ci siamo, ormai. Domenica si vota. L’esito referendario, però, non inciderà eventualmente solo sulla Costituzione. Di contro, inutile nasconderselo, non c’è solo la poltrona di Matteo Renzi in gioco. Perché, alla fine della fiera, è questo l’argomento che ha principalmente animato la campagna elettorale, non certo i contenuti della riforma. E dunque il risultato farà sentire il suo peso, in un caso come nell’altro, anche (e soprattutto, direi) sui mercati finanziari. E, in particolare, sulle banche. Del resto, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan – con le principali borse europee in surplace a chiusura dell’ottava scorsa – lo ha detto chiaramente: “In caso di vittoria del no al referendum le banche italiane potrebbero avere difficoltà nell’attrarre capitali”. E tra pochi giorni – è bene ricordarlo – è previsto il decisivo aumento di capitale del Monte dei Paschi, senza il quale potrebbe scattare il bail-in della banca e un terremoto finanziario.

Non ci giriamo intorno – piaccia o no – la verità è questa: su tutte le piattaforme di trading ci sono già piazzati “colossali” ordini al ribasso sull’Italia, che segnalano appunto l’attesa dei mercati per una vittoria dei No alla riforma. Speriamo bene. Certo, la Bce – è stato detto – è pronta ad intervenire per calmierare eventuali bufere sul debito italiano, ma questo, in ogni caso non eviterà i profondi danni che deriveranno. Al più, potrà alleviarli. E nemmeno, forse. E’ la finanza, bellezza. Del resto, le avvisaglie già ci sono state. D’accordo, non siamo sui valori del novembre 2011 quando toccò quota 574 punti (allora era in sella Silvio Berlusconi, che fu appunto disarcionato) ma la forbice tra il rendimento dei titoli italiani e tedeschi si è già fortemente allargata (si muove intorno ai 170 punti base).

Insomma, la situazione è quella che è. E la pancia del Paese – come oggi usa dire – ne è consapevole. Nel rapporto Istat del “clima economico” di novembre la fiducia degli italiani è registrata ai minimi dal marzo 2014. Le famiglie sono preoccupate per il futuro. Tra le imprese solo il commercio sembra tenere botta, tutti gli altri settori vedono nero. Eppure i dati positivi non mancano. Il Pil è visto al rialzo dalle centrali di osservazione economiche: nel terzo trimestre è cresciuto dello 0,3% rispetto al periodo precedente e dell’1% annuo. La crescita acquisita per l’intero 2016 sale così allo 0,9%, leggermente al di sopra dell’indicazione contenuta nel Def.

Le tasse sono finalmente in calo, anche se l’Ocse ci ricorda che incidono comunque per il 43,3 per cento sul nostro Pil. Ancora troppo. E in ogni caso ben al di sopra della media Ocse, che pure è salita al 34,3% (dal 34,2% del 2014). Da qui (ma non solo, ovviamente) il favore dell’organizzazione per il sì al referendum: “migliorerà la governabilità” – è scritto nel rapporto – e dunque favorirà la crescita.

Positivo, inoltre, anche il dato sulla presenza di multinazionali estere sul territorio italiano (ma anche di nostre imprese all’estero) che dal 2013 registra una crescita del 3%, con un aumento degli occupati pari al 4,7%. E positivo, in proposito, appare pure il dato sull’occupazione: nel senso che a ottobre la disoccupazione è stata registrata all’ 11,6% (contestualmente, però, anche meno italiani hanno cercato lavoro) con quella giovanile che ha toccato i minimi da quattro anni scendendo pertanto al 36,4%.

La verità – come ha spiegato il Cinquantesimo Rapporto Annuale del Censis – è che l’Italia è percepita e vista, sia fuori che dentro la cinta daziaria, come un Paese involuto, che non investe più, che torna a tuffarsi nel sommerso. Un’Italia ripiegata su sé stessa, “rentier” – scrive precisamente il Censis – dove i giovani sono sempre più poveri e intrappolati nel giro infernale dei lavoretti a basso costo e bassa produttività. Un Paese dove si taglia su tutto ma non sugli acquisti di computer e soprattutto di smart phone.

E, tuttavia, un Paese che siede su una montagna di risparmi – 114 miliardi di euro di liquidità aggiuntiva accumulati negli anni della crisi – ma non li spende per paura. Sottolineo, paura. “Un gigantesco patrimonio che equivale al Pil dell’Ungheria e che rimane rigorosamente liquido, pronto a essere usato in una prospettiva futura di tempi ancora più bui, investito perciò solo in minima parte, e sostanzialmente nelle mani degli anziani”. E ciò perché nel nostro Paese, ricorda il Rapporto, si è dato corso a “un inedito e perverso gioco intertemporale di trasferimento di risorse che ha letteralmente messo ko i Millennials”. Ovvero, la generazione di giovani (denominata anche generazione Y) nata tra il 1980 e il 2000 e, dunque, che attualmente si trovano nella fascia d’età 15-35 anni.

Un Paese, per concludere, dove paradossalmente la parola d’ordine è diventata una sorta di refrain: “tagliare le spese”. Non tagliare gli sprechi, non la corruzione, non le inefficienze, ma indistintamente “le spese”. E, dunque, spendere il meno possibile. E, forse, lasciare tutto immutato. Incrocio le dita.