SIlenzio pieno, silenzio vuoto

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In foto "Il silenzio" di René Magritte

di Ugo Righi

Perché la voce esista e possegga un senso, occorre che essa risuoni nel silenzio di chi lo ascolta e che si distingua dal silenzio di chi la emette. Platone

Ci sono silenzi pieni, profondi, che generano comprensione.
Comprensione che si esprime con il silenzio, ma arriva ugualmente.
A volte, ”non ci sono parole per dirlo”, le parole, a volte, confermano la loro inadeguatezza o la loro inutilità se non addirittura il danno potenziale se sono pronunciate.
Quando questo succede, quando a volte le parole mancano, ma ci si avvicina, quando succede, è bellezza.
L’aspetto più consistente della comunicazione risiede nel silenzio: in un silenzio attivo che si chiama ascolto.
Quindi comunicare, è essenzialmente saper ascoltare e per ascoltare occorre stare in silenzio.
Le parole sono una maschera, dice Hesse, perché raramente esprimono il loro vero significato e tendono a mimetizzarlo e spesso il vero senso di quello che comunichiamo, lo otteniamo nel momento del silenzio.
Il silenzio è lo stato comunicativo, l’ascolto è l’attività fondamentale che ne deriva.
Il significato fondamentale del silenzio fu espresso da Platone, quando formulò il principio su cui si fonda il dialogo: “Perché la voce esista e possegga un senso, occorre che essa risuoni nel silenzio di chi lo ascolta e che si distingua dal silenzio di chi la emette”.
Per favore rileggete con calma questa definizione, è davvero fondamentale per capire il ruolo del silenzio, e quindi dell’ascolto, come condizione chiave per sviluppare comunicazioni di valore.
Il tacere consente l’acquisizione di quello che l’altro esprime e quindi diventa il punto originario di quello che diremo, come risposta e alimentazione del dialogo.
Se non si ascolta qualsiasi cosa, è per forza stupida, anche se in astratto siamo intelligenti, perché i contenuti non consentono la sintonia, l’allineamento di senso con l’altro. Il silenzio fa parte dell’insieme definito dei linguaggi silenziosi, come la mimica del volto, che pensate, ha circa 250 mila diverse espressioni! Oppure la forza espressiva dello sguardo, per esprimere sentimenti che nessuna parola sarebbe in grado di spiegare.
Ma l’ascolto attivo, significa silenzio attivo e richiede anche competenza.
Ad esempio l’ascolto passivo o distratto trasmette un’idea all’altro di non meritarsi il nostro ascolto e s’intreccia con il valore che gli attribuisce come essere umano.
Tra gli aspetti utili del silenzio, posso aggiungerne un altro ed è quello di chi non sa cosa dire: stare zitto in questo caso è certamente vantaggioso soprattutto per lui.
Ma ci sono i silenzi negativi, provo a evidenziarne i principali, precisando che “tacere”è un’azione mentre il “silenzio”è il risultato che ne deriva ed è percepito e interpretato dagli altri coinvolti nel processo comunicativo.
C’è il tacere maligno caratterizzato da sentimenti cattivi d’invidia, ostilità, rancore, rifiuto, o disprezzo nei confronti di chi parla. Un tipo di silenzio negativo è quello del raggiro è quello utilizzato da manipolatori o furbi che omettono informazioni o usano il silenzio per confondere e poi creano un danno al malcapitato.
Poi il silenzio supponente è quello di chi vuole apparire importante e nello stesso tempo riservato. È quello di certi impiegati di certi uffici, dove silenziosi funzionari acquisiscono informazioni da collaboratori o clienti e tacciono non dicendo che fine faranno queste informazioni, per mantenere un potere arrogante sugli altri.
C’è il silenzio beffardo, quello di chi guarda con un sorrisino chi parla e il suo scopo è di creare discredito.
Poi ci sono silenzi sbagliati, non negativi, sbagliati, sono diversi.
Silenzi quando invece dovrebbe esserci contatto con parole vitali.
Silenzio di chi per insufficienza di energia e di pensiero, tace e non dovrebbe.
Costui è condannato a ripetere e ripetersi, nel vuoto delle sue notti, le parole di risposta non date e le domande che non ha fatto e avrebbe voluto fare.
Parole che avrebbe voluto dire, domande e risposte che non vennero in tempo, parole che non furono mai pronunciate e non crearono silenzi profondi e ascolto.