Sipcam-Oxon, senza agrofarmaci non ci sarebbe cibo per tutti

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Milano, 20 dic. (Labitalia) – “E’ inaccettabile che la politica speculi sul glyphosate: senza agrofarmaci non ci sarebbe cibo per tutti”. Dopo che l’Ue ha rinnovato per altri cinque anni l’utilizzo del principio attivo negli erbicidi, interviene sull’argomento, con un’intervista a Labitalia, Giovanni Affaba, amministratore delegato di Sipcam-Oxon, primo gruppo multinazionale italiano dell’agrofarmaco, head quarter a Pero, alle porte di Milano, presente in tutto in mondo sia a livello commerciale che industriale.

“L’Unione europea -spiega- ha sin dall’inizio degli anni ‘90 imposto una completa revisione di tutti i principi attivi utilizzati per formulare agrofarmaci, chiedendo alle aziende produttrici e distributrici di fornire complessi studi tossicologici ed ecotossicologici necessari a una valutazione dei prodotti stessi. L’Ue ha, quindi, costituito specifiche commissioni di esperti (trattandosi di materia scientifica, era ritenuto indispensabile che questa valutazione fosse fatta da persone competenti) a cui è stato demandato il compito di valutare tutte queste sostanze attive. Il risultato è che dal 1990 ad oggi quasi due terzi delle molecole utilizzate precedentemente siano state bandite e tolte dal mercato”.

“Nessuna sostanza chimica, di qualsiasi settore si parli, è soggetta -sostiene- a così tanti studi e valutazioni: il che dimostra che i principi attivi ‘sopravvissuti’ sono effettivamente sicuri per chi li produce, per chi li utilizza e per chi consuma le derrate alimentari curate con queste sostanze”.

“Questa premessa -afferma- è indispensabile per comprendere cosa è successo con il glyphosate. L’Efsa (European food safety authority), l’agenzia incaricata dalla Comunità europea di valutare tutti i dossier delle sostanze chimiche utilizzate in agricoltura ha infatti espresso un parere favorevole al rinnovo dell’autorizzazione all’uso del prodotto e mai in questi 25 anni la Commissione europea ha votato diversamente da quanto espresso dagli esperti da lei stessa incaricata. E’ quindi evidente che è stato fatto un uso politico del processo di valutazione, dove l’ingerenza dei politici in materie scientifiche è dal mio punto di vista inaccettabile ed estremamente pericolosa anche per il futuro. Che senso ha, infatti, ribaltare una valutazione scientifica soprattutto se tale ribaltamento è fatto da persone che non possono comprendere la materia? Credevo che la caccia alle streghe fosse una pratica medioevale, evidentemente mi sbagliavo”.

“A proposito del fatto che la Germania abbia cambiato il proprio atteggiamento votando prima contro e poi a favore del rinnovo, il vero voltafaccia -ammette- non è stato fatto dalla Germania ma dai rappresentanti di quegli Stati che hanno votato contro, smentendo i risultati dell’Efsa. E’ per me evidente che dietro questa scelta ci siano tornaconti elettorali. Pensi a che bella figura fa il politico di turno che annuncia di essere contro il glyphosate, semplicemente e superficialmente sostenendo di voler tutelare l’ambiente, le bio-diversità e riempiendosi la bocca di tutti quelli slogan che tanto fanno piacere agli elettori”.

“Ho trovato, inoltre, assai curioso – aggiunge – sentire i nostri politici pubblicamente incensare la scienza, giustamente, in materia di ‘vaccini’ salvo poi calpestarla quando si è trattato di discutere di un farmaco per l’agricoltura. Ancora una volta, è una questione di voti e il mio dispiacere è vedere come la politica stia diventando invasiva anche verso quelle materie che per loro definizione dovrebbero essere trattate solo da un punto di vista scientifico”.

“Oggi -sottolinea Giovanni Affaba- non c’è cibo sufficiente per tutti: senza l’utilizzo di prodotti agrofarmaci i raccolti mondiali diminuirebbero del 40% (fonte Fao) e le conseguenze sarebbero facilmente immaginabili, sia per gli agricoltori sia per i consumatori. Purtroppo, questo la gente comune non lo sa e i politici ben si guardano dal comunicarlo. Gli agrofarmaci sono a tutti gli effetti farmaci che curano la salute vegetale: nessuno di noi dubiterebbe nel somministrare un antibiotico al proprio figlio malato, la stessa logica dovrebbe riguardare anche le coltivazioni”.

“Sento spesso -avverte- parlare di ‘veleni’ o sento usare termini che hanno assunto una connotazione dispregiativa come ‘pesticidi’. Di contro, oramai chiunque parla di produzione ‘bio’, il più delle volte non sapendo che anche l’agricoltura biologica implica l’utilizzo di prodotti classificati come agrofarmaci. In senso generale, è l’associazione ‘chimica-veleno’ e ‘naturale-buono’ che l’immaginario collettivo ha frainteso. Anche la chimica può essere vita e anche il naturale può essere veleno”.

“L’industria agrochimica -ricorda- ha subito negli ultimi 25 anni un giusto processo di revisione di tutti i prodotti e le maglie autorizzative si sono strette moltissimo: oggi sono autorizzati al commercio solo prodotti estremamente sicuri. Faccio un esempio che spero sia sufficientemente chiarificatore. Prendiamo il vino, è presente sulle tavole degli italiani quasi tutti i giorni. Ebbene, se il vino avesse proprietà agrofarmache, nessuna società lo registrerebbe perché le sue analisi tossicologiche ed ecotossicologiche non lo farebbero nemmeno passare dalle maglie dell’Efsa e nessuna società spenderebbe milioni di euro per svilupparlo. A dirlo non sono io, sarebbe sufficiente chiedere ad esperti tossicologi”.