Sla, un nuovo studio italiano chiarisce il meccanismo che regola la sua evoluzione

di Salvatore Vicedomini

La Sclerosi laterale amiotrofica (SLA) è una malattia neurodegenerativa progressiva che colpisce i motoneuroni, ovvero le cellule nervose responsabili del controllo dei muscoli volontari. Conosciuta anche come malattia di Lou Gehrig, essa conduce a una lenta e progressiva scomparsa delle forze motorie, pregiudicando funzionalità vitali per la nostra specie come la parola, la deglutizione e la respirazione. Essa è una malattia complicata perché necessita di una strategia iniziale che integri il lavoro dei medici, terapisti specializzati e familiari, per assicurare al paziente di condurre la più idonea qualità di vita possibile. Nonostante, ad oggi non esista una terapia efficace per tutti i casi che si presentano, nuovi studi continuano a dare speranza di arrivare a ottenere possibili cure per un futuro migliore. Negli ultimi decenni, la ricerca sulla SLA ha davvero fatto passi da gigante creando incoraggianti e significative prospettive sia dal punto di vista terapeutico, e sia per quanto riguarda la comprensione di processi molecolari alla base della malattia. La ricerca sta dando una forte accelerazione, dalla caratterizzazione molecolare dei pazienti alla pianificazione di studi clinici, dall’utilizzo di biomarcatori all’incremento di incoraggianti terapie sperimentali. Nonostante ciò, la SLA persiste nella sua gravità, e tuttavia ancora non si è giunti a cure concrete che determinino guarigioni efficaci. Per questo motivo scienziati, ricercatori e medici di tutto il mondo, continuano a lavorare incessantemente contro il tempo per raggiungere l’obiettivo comune di debellare la virulenza di questa malattia.

Uno degli ultimi studi, sviluppato dall’Università di Trento, ha offerto nuovi spunti per analizzare la sclerosi laterale amiotrofica (Sla), focalizzandosi in particolare nelle forme a progressione lenta della malattia. La ricerca, che ha analizzato specificamente la funzione del tessuto gliale, insieme di cellule non neuronali che offrono supporto strutturale, trofico e metabolico ai neuroni per garantire il corretto funzionamento del cervello e del sistema nervoso, è stata pubblicata su Brain, una delle riviste di riferimento mondiale per la comunità di clinica neurologica, con il titolo << MYC-driven gliosis impairs neuron-glia communication in amyotrophic lateral sclerosis >>.  Un lavoro scientifico frutto della collaborazione  tra ricerca italiana e internazionale, che ha coinvolto 51 ricercatori e ricercatrici di Italia, Spagna, Regno Unito, Stati Uniti, Libano e Giappone e tutte le Core Facilities, le infrastrutture tecnologiche a disposizione della ricerca scientifica biomolecolare nei laboratori del Dipartimento Cibio dell’Università di Trento, come ci ha confermato Manuela Basso, professoressa di Biologia applicata al Dipartimento di Biologia cellulare, computazionale e integrata dell’Università di Trento e corresponding author dell’articolo: “Il lavoro è stato supportato da Fondazione AriSLA e da diverse istituzioni nazionali, offrendo nuove aperture di conoscenza che possono delineare il percorso da seguire verso innovative diagnosi e cure efficaci. Un lavoro iniziato diversi anni fa dove, volendo entrare nel dettaglio, -ha proseguito la professoressa– viene coinvolto il meccanismo biologico legato all’importanza di astrociti e oligodendrociti nella patogenesi della SLA.  Durante il processo evolutivo della malattia a progressione lenta, si verifica un cambiamento del tessuto glia che cerca di andare in aiuto dei neuroni diventando, in un primo momento, immaturo per proliferare (ossia de-differenzia), per poi differenziarsi di nuovo, coinvolgendo in modo profondo anche l’ambiente cellulare che lo circonda.  In una fase successiva, ossia nelle fasi avanzate della malattia, la situazione cambia ulteriormente, e le cellule gliali entrano in uno stato di infiammazione acuta determinando un ambiente ostile con un doppio effetto: in primis la perdita totale di assistenza per i neuroni, poi l’innesco di processi letali.”

Queste cellule non svolgono un ruolo secondario, ma ricoprono una condizione determinante che provoca un’alterazione vera e propria del comportamento dinamico della glia, come ribadisce Manuela Basso: “la causa che determina questa anomalia dell’attività cellulare della glia è data da un errato funzionamento di un fattore proteico conosciuto come MYC che, in questa situazione, diventa iperattivo spingendo le cellule gliali a mutare il loro comportamento. Quindi, non solo provocano l’infiammazione, ma rilasciano anche piccole vescicole lipidiche che, invece di nutrire i neuroni li deteriorano. Questa alterazione, che compare nella comunicazione tra la cellule gliali e i motoneuroni, compromette l’effetto di sopravvivenza degli stessi neuroni che normalmente assistono i processi naturali dei circuiti nervosi. Un danno causato proprio da una predisposizione genetica del malfunzionamento del fattore proteico MYC, che sembra esserci solo nei pazienti < SLA >. ”

Questa particolare scoperta, non solo ha favorito la comprensione dei meccanismi d’azione della SLA, ma ha aperto nuove strade per lo sviluppo di nuove probabili terapie e, approfondendo il comportamento delle cellule della glia connesso al gene MYC, potrebbe portare al rallentamento o alla completa neutralizzazione della malattia.  

Per quanto concerne le possibili prospettive per individuare diagnosi  precoci, questo studio offre diverse applicazioni, come ci conferma  la professoressa Basso: “ non può esistere una sola terapia per i pazienti di SLA perché le diagnosi possono variare a seconda della fase della malattia, ossia il diverso comportamento delle cellule glali spiega come mai la malattia si manifesti e progredisca in modo così diverso tra i pazienti SLA.  Tale diversità – ha sottolineato Manuela Basso– è infatti il punto più complesso da spiegare e gestire in ambito clinico e le cause possono essere varie, legati a meccanismi molecolari ancora sconosciuti. Se le cellule cambiano comportamento durante il percorso della malattia si devono riconoscere tempestivamente le differenti fasi, con l’utilizzo di biomarcatori, per poi andare a eseguire una terapia personalizzata. Quindi, – ha concluso la professoressa- in futuro bisognerà adottare una politerapia per tutti i pazienti SLA.

In sostanza, la ricerca scientifica ha ancora molta strada da percorrere, ma costituisce certamente l’unica speranza per raggiungere risultati efficaci nella lotta contro questa complessa malattia.