Spazio, scoperto per caso “Beta Pictoris d”: il pianeta più debole mai fotografato

Foto di Timur Kozmenko da Pixabay
E’ il pianeta extrasolare piu’ debole mai fotografato direttamente dalla Terra e per oltre dieci anni e’ rimasto nascosto tra migliaia di immagini archiviate. Si chiama Beta Pictoris d ed e’ stato scoperto da un gruppo internazionale guidato da Ben Sutlieff dell’Universita’ di Edimburgo e Markus Bonse dell’European Southern Observatory (ESO). I risultati, pubblicati su The Astrophysical Journal Letters, descrivono la scoperta del terzo pianeta del sistema di Beta Pictoris, un gigante gassoso circa 2,4 volte piu’ massiccio di Giove e cento volte meno luminoso del celebre Beta Pictoris b, il primo pianeta individuato nello stesso sistema.
La scoperta e’ avvenuta quasi per caso durante un programma di osservazione dedicato proprio a Beta Pictoris b con il Very Large Telescope (VLT) dell’ESO. Analizzando le immagini raccolte con lo strumento ERIS, gli astronomi hanno notato una debole sorgente luminosa separata dal pianeta gia’ noto. Per verificare che non si trattasse di un artefatto, hanno esaminato le osservazioni conservate negli archivi dell’ESO e hanno identificato lo stesso oggetto in immagini acquisite fino a undici anni prima, comprese alcune nelle quali era appena distinguibile dal bagliore prodotto dal vicino Beta Pictoris b. “Questa e’ stata una scoperta fortuita – ammette Ben Sutlieff -. All’inizio volevamo osservare meglio il pianeta gia’ noto Beta Pictoris b per capire come fosse cambiato nel tempo”. Secondo Jayne Birkby dell’Universita’ di Oxford, coautrice dello studio, “il pianeta d ha giocato a nascondino con noi per oltre un decennio e solo ora possiamo dire di averlo trovato”. Come gli altri due pianeti del sistema, Beta Pictoris è un gigante gassoso simile a Giove o Saturno, ma possiede un’orbita molto piu’ ampia. A differenza di Beta Pictoris b e c, entrambi con masse pari a circa dieci volte quella di Giove, il nuovo pianeta ha una massa di appena 2,4 volte quella del gigante del Sistema solare. 
E’ inoltre relativamente freddo e quindi estremamente poco luminoso rispetto alla stella ospite, caratteristica che rende particolarmente difficile osservarlo direttamente. L’imaging diretto rappresenta infatti una delle tecniche piu’ impegnative nello studio degli esopianeti, perché richiede di distinguere la debolissima luce del pianeta da quella immensamente piu’ intensa della stella. “Il nuovo pianeta e’ cento volte meno luminoso di Beta Pictoris b, il celebre pianeta dello stesso sistema, e questo lo rende l’esopianeta piu’ debole mai fotografato direttamente dalla Terra”, spiega Bonse.
Parallelamente, un secondo gruppo guidato da Aidan Gibbs dell’Università della California ha individuato indipendentemente lo stesso pianeta utilizzando il telescopio spaziale James Webb (JWST). Anche in questo caso gli astronomi hanno potuto confermare la presenza del pianeta grazie a osservazioni archiviate effettuate con lo strumento NIRCam del telescopio spaziale. La scoperta porta a tre il numero di pianeti osservati direttamente nel sistema Beta Pictoris, che diventa così il secondo sistema planetario, dopo HR 8799, con piu’ di due esopianeti fotografati direttamente. Secondo gli autori questi sistemi rappresentano un laboratorio privilegiato per comprendere come pianeti diversi evolvano all’interno dello stesso ambiente di formazione. Inoltre Beta Pictoris d possiede massa e posizione compatibili con la particolare struttura del disco di detriti che circonda la stella, costituito dai residui della formazione planetaria. Per i ricercatori il risultato dimostra anche il valore scientifico degli archivi astronomici. “Le osservazioni archiviate con SPHERE sono entusiasmanti anche perché suggeriscono che molti altri tesori siano ancora nascosti negli archivi degli strumenti del VLT”, osserva Valentin Christiaens. Secondo Beth Biller dell’Universita’ di Edimburgo, numerosi sistemi con pianeti gia’ fotografati potrebbero nascondere altri mondi di massa inferiore che potranno essere rivelati dai futuri strumenti dell’Extremely Large Telescope (ELT) dell’ESO.