Spread in aumento, fiducia in calo: le vacanze sono finite

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Le vacanze sono finite. La ricreazione pure. Oddio, non è che ci sia stato, poi, tanto da divertirsi, questo agosto, tra scosse telluriche, ponti e chiese che crollano, morti, sfollati, alluvioni, le infinite polemiche sugli immigrati e lo spread che torna ad impennare. E, però, adesso si fa sul serio. D’ora innanzi le parole dovranno essere soppesate, i toni misurati. E le azioni politiche non più soltanto annunciate.
Con settembre arrivano gli esami di riparazione, non soltanto per gli studenti svogliati, ma anche per i politici. Soprattutto per il governo che, ormai, ha anche esaurito il periodo di rodaggio, i famosi primi cento giorni durante i quali, se non proprio di imprimere l’orma, ha avuto almeno il tempo di prendere possesso della stanza e districarsi tra i famosi bottoni.
Dunque, si ritorna alla vita di tutti i giorni e ai problemi da risolvere. Che poi sono quelli di sempre, a cominciare dal lavoro, indipendentemente dal balletto di cifre di chi vuole a tutti i costi vedere, secondo le convenienze di bottega, il famoso bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.
Prendiamo, per esempio, gli ultimi dati diffusi dall’Istat. A luglio gli occupati sono diminuiti dello 0,1% (-28 mila unità) rispetto a giugno, mese in cui si era già registrato un calo di 41 mila unità. Aumentano invece gli inattivi dello 0,7%, cioè di 89 mila persone. La disoccupazione cala al 10,4%. Scende anche il tasso di disoccupazione giovanile al 30,8%, pur rimanendo altissimo. Il calo dell’occupazione è interamente legato alla componente femminile e si concentra tra le persone di 15-49 anni. In flessione i dipendenti permanenti (-44 mila), mentre crescono lavoratori a termine e indipendenti (entrambi +8 mila). Analoga l’altra faccia della medaglia: l’aumento degli inattivi coinvolge le donne (+73 mila) e gli uomini (+16 mila) e si distribuisce tra i 15-49enni. Il tasso di inattività sale al 34,3% (+0,3 punti percentuali).
Il dato, però, può essere letto anche in un altro modo. La fonte, questa volta, è l’Inps. Nei primi sei mesi dell’anno il saldo dei contratti stabili, cioè assunzioni e trasformazioni meno le cessazioni, è risultato positivo di 140 mila unità. Nell’ultimo mese, però, il saldo risulta negativo di 6790 unità. Se si guarda invece il dato a confronto con lo scorso anno il bilancio si mantiene positivo su entrambi i fronti. Il saldo dei contratti stabili nel primo semestre del 2017 si attestava a quota 18 mila, poco più un decimo del livello attuale, mentre nel mese di giugno era in flessione di 15mila unità. Tornando al solo 2018, complessivamente le assunzioni nei primi sei mesi sono state 3 milioni 892 mila: in aumento del 6,9% rispetto allo stesso periodo del 2017. In crescita risultano tutte le componenti: contratti a tempo indeterminato (+1,7%), contratti a tempo determinato (+5,9%), contratti di apprendistato (+11,2%), contratti stagionali (+2,8%), contratti in somministrazione +16,3% e contratti intermittenti +6,5%. In netto aumento, infine, le trasformazioni di contratti da tempo determinato a indeterminato, cresciute nel primo semestre da 142.761 a 226.622, con un aumento del 58%.
Tra le diverse letture serpeggia, però, un clima non proprio ottimistico. Sempre l’Istat, infatti, ha registrato un peggioramento della fiducia sia da parte delle famiglie che delle imprese. L’indice che misura la fiducia dei consumatori è sceso infatti da 116,2 di luglio a 115,2; mentre l’indice composito del clima di fiducia delle imprese è passato da 105,3 a 103,8. La flessione dell’indice di fiducia dei consumatori è dovuta principalmente al deterioramento della componente economica (da 141,3 a 136,6), mentre quella personale aumenta per il secondo mese consecutivo passando da 107,8 a 108,5. Un calo contenuto caratterizza sia il clima corrente (da 113,3 a 112,8) che quello futuro (da 120,9 a 119,3). Guardando alle imprese, il clima di fiducia registra una dinamica negativa più accentuata nel settore manifatturiero (da 106,7 a 104,8) e nei servizi (da 105,9 a 104,7) rispetto alle costruzioni (da 139,9 a 139,3); in controtendenza il commercio al dettaglio dove l’indice aumenta da 102,7 a 104,2.
Ma c’è anche un terzo modo di vedere il problema, che rimanda, in fondo, agli altri due. Continuano a calare le richieste di cassa integrazione: a luglio le aziende hanno chiesto 14,5 milioni di ore di cassa con un calo del 25,7% rispetto a giugno e del 57,4% rispetto a luglio 2017. A giugno crescono invece le richieste di disoccupazione: nel complesso – si legge nell’Osservatorio sulla Cassa integrazione dell’Inps – sono state presentate 139.390 domande di NASpI e 2.081 di DisColl. Nello stesso mese sono state inoltrate 714 domande di ASpI, miniASpI, disoccupazione e mobilità, per un totale di 142.185 domande, il +5,5% rispetto al mese di giugno 2017 (134.756 domande). Rispetto a maggio si registra un aumento del 38,3%. Nei primi sei mesi dell’anno si registra una crescita del 4,9% con il passaggio da 726.232 a 762.228 domande nel complesso.
Intanto, nei titoli dei giornali è tornata prepotentemente anche la parola spread di conserva con l’impennata degli interessi sui titoli di Stato. Giovedì il “decennale” è stato piazzato dal Tesoro sopra il 3% per la prima volta dal 2014. Il rialzo crescente dei tassi di interesse da metà giugno potrebbe costarci 113 milioni quest’anno e 1,4 miliardi nel 2019, secondo i calcoli dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani guidato da Carlo Cottarelli.
Non sarà un caso, allora, che ministro dell’Economia, Giovanni Tria, provi ripetutamente a rassicurare i mercati. Lo ha fatto anche nel secondo giorno di visita a Pechino, dove è andato evidentemente col cappello in mano, parlando con il suo omologo, il ministro delle Finanze Liu Kun, e con il governatore della banca centrale cinese, Yi Gang.
Le fluttuazioni dello spread, ha spiegato sono dovute all’attesa rispetto ai programmi di governo che verranno presentati e si hanno spesso ad agosto, ma “nei prossimi mesi, quando vi sarà un chiarimento sui programmi del governo, sono fiducioso di un rientro dello spread, che non mette in pericolo la sostenibilità e la solidità del nostro debito”, ha detto.
Incrociamo le dita.

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