Standard CO₂ e auto: l’Europa corregge la rotta industriale

93

La decisione della Commissione europea di rivedere gli standard sulle emissioni di CO₂ per il settore automotive, fissando al 2035 una riduzione del 90% rispetto ai livelli del 2021, segna un passaggio rilevante nel percorso della transizione industriale europea. La scelta introduce maggiore flessibilità regolatoria, mantenendo aperto lo spazio per soluzioni tecnologiche diverse dall’elettrico puro e riconoscendo le condizioni industriali, infrastrutturali e di mercato del continente. L’articolo di Andrea Striano analizza le implicazioni economiche e produttive della revisione, il ruolo della neutralità tecnologica come criterio operativo e le sfide legate all’attuazione, evidenziando come la sostenibilità ambientale possa reggere nel tempo solo se accompagnata da sostenibilità industriale e competitività delle filiere europee.

di Andrea Striano

La decisione della Commissione europea di rivedere il pacchetto sugli standard di emissione per il settore automotive introduce un cambiamento significativo nel percorso regolatorio verso il 2035. L’obiettivo non sarà più l’azzeramento totale delle emissioni di CO₂ dei nuovi veicoli, ma una riduzione del 90% rispetto ai livelli del 2021. Una scelta che mantiene aperto lo spazio per soluzioni tecnologiche diverse dall’elettrico puro, incluse motorizzazioni ibride, combustione accompagnata da carburanti a basso impatto e meccanismi di compensazione.

Il valore di questo passaggio va colto oltre il dato numerico. La revisione segnala un riequilibrio tra ambizione ambientale e sostenibilità industriale, maturato dopo un confronto sempre più serrato con le condizioni reali del mercato europeo. Il settore automotive, per peso economico, occupazionale e tecnologico, non consente approcci astratti: ogni scelta regolatoria produce effetti diretti lungo filiere complesse e ad alta intensità di capitale.

Negli anni recenti, l’impostazione originaria del pacchetto CO₂ aveva sollevato interrogativi crescenti sulla capacità dell’industria europea di sostenere una transizione rapida e uniforme. Le criticità legate ai costi energetici, alla disponibilità di infrastrutture, all’accesso alle materie prime critiche e alla dipendenza da catene di approvvigionamento globali hanno reso evidente la necessità di una maggiore flessibilità.

La revisione degli standard riconosce che la transizione non riguarda soltanto il prodotto finale, ma l’intero ciclo industriale. Dalla progettazione alla produzione, dalla componentistica ai materiali, fino ai processi di assemblaggio e distribuzione, l’impatto delle regole ambientali si distribuisce lungo una filiera articolata, nella quale operano grandi gruppi industriali e una vasta rete di PMI. In questo contesto, la stabilità del quadro regolatorio diventa un fattore determinante per orientare gli investimenti.

Un elemento centrale del nuovo assetto è il metodo di valutazione delle emissioni. L’attenzione si sposta progressivamente da un approccio basato esclusivamente sulla tecnologia di propulsione a una valutazione più ampia dell’impatto complessivo. Questo consente di valorizzare soluzioni intermedie e innovazioni incrementali, riducendo il rischio di discontinuità industriali difficili da assorbire.

La neutralità tecnologica, così intesa, non implica un rallentamento della decarbonizzazione, ma una sua gestione più aderente alla realtà economica. Permette alle imprese di esplorare più percorsi, di adattare gradualmente i processi produttivi e di contenere il rischio di investimenti non recuperabili in un contesto ancora caratterizzato da forte incertezza.

Le implicazioni si estendono anche al lato della domanda. L’accessibilità della mobilità resta una variabile cruciale, soprattutto in una fase in cui l’aumento dei costi rischia di riflettersi sui prezzi finali. Una transizione più graduale riduce il rischio di shock per i consumatori e contribuisce a mantenere un mercato sufficientemente ampio, condizione essenziale per sostenere economie di scala e investimenti in innovazione.

Resta aperta la questione dell’attuazione. La credibilità del nuovo quadro dipenderà dalla chiarezza delle regole applicative, dalla semplicità dei meccanismi di compensazione e dalla capacità di garantire condizioni di concorrenza equilibrate tra operatori. Un’applicazione disomogenea o eccessivamente onerosa potrebbe vanificare i benefici della revisione, riproducendo distorsioni già osservate in altri ambiti regolatori.

Nei prossimi mesi, le scelte su target intermedi e modalità di verifica degli obiettivi saranno decisive. Da esse dipenderà la capacità dell’Europa di mantenere una base industriale competitiva nel settore automotive, evitando che la transizione ambientale si traduca in una perdita di capacità produttiva a vantaggio di altri sistemi economici.

La revisione degli standard CO₂ non chiude il dibattito, ma ne modifica i presupposti. Riporta al centro il tema della sostenibilità industriale come condizione necessaria per una transizione efficace. In questo equilibrio tra ambiente, mercato e industria si gioca una parte rilevante della credibilità economica dell’Unione nei prossimi anni.

NOTE SULL’AUTORE
Andrea Striano è membro del Dipartimento nazionale Imprese e Mondi Produttivi di Fratelli d’Italia e responsabile del Dipartimento in provincia di Caserta. Docente e consulente aziendale, si occupa di politiche industriali, filiere produttive e sviluppo territoriale ed è impegnato nel dialogo tra mondo produttivo e istituzioni, con particolare attenzione ai temi della competitività, dell’autonomia strategica e della transizione industriale.