Stato e imprenditoria privata, prove tecniche di buona gestione

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20 dicembre 2016: Stati generali della cultura parte quinta. Fin dalla prima edizione, quella del 2011, quest’incontro si propone non solo di fare il punto del così detto stato dell’arte, ma anche di individuare, spiegare, a volte programmare le politiche per la cultura e i beni culturali. All’ordine del giorno quest’anno: art bonus e buon mecenatismo, bonus cultura 18 anni, modelli virtuosi di gestione dei musei, libro e-book e coding, una proposta per la buona scuola, varie ed eventuali. E’ l’epoca dei bonus. Qualcun ne approfitta: nonsaimaidomani, qualcuno no. Oggi però l’art bonus è diventato permanente ed è esteso ai beni ecclesiastici. Accidenti, si fanno progressi! Nel 2015 alla stessa manifestazione “art bonus e riforma” e “modelli virtuosi di gestione museale” furono gli argomenti forti della manifestazione. Lo erano stati anche nel 2014 quando si proponeva l’estensione di questo bonus ai beni privati appartenenti a enti privati senza scopo di lucro e aventi finalità di pubblica utilità.

L’art bonus disciplina per lo più il mecenatismo, e consente un credito d’imposta sull’importo donato a chi fa erogazioni liberali a sostegno del patrimonio culturale pubblico.
Avvalendosi di questo strumento, pensate forse che il privato sovvenzioni il settore culturale spinto da un interesse crudo e puro per l’arte? Ovviamente la risposta affermativa vale per tutti quelli che, giustificati dall’età, si affacciano alla finestra per vedere se arriva la cicogna. I privati, per lo più imprenditori, gente con i piedi a terra e la testa saldamente fissa alle spalle, perseguono, ovviamente, un proprio tornaconto. Una giusta convenienza che consiste nel vantaggio che potrà derivargli dall’accostamento tra la propria identità imprenditoriale e l’iniziativa sponsorizzata.

Il privato che volesse sponsorizzare il ripristino della Grotta Vecchia di Fuorigrotta, quel tunnel che anticamente collegava Fuorigrotta col piccolo parco che ospita le spoglie di Leopardi e Virgilio, con la finalità di farlo usare a ciclisti e turisti, dovrebbe avere oltre allo sgravio fiscale già previsto dalla legge, la certezza che concessioni, collaudi e interventi non fossero soggetti a inutili lungaggini burocratiche. Il suo ritorno d’immagine con la realizzazione in tempi brevi dell’intervento sarebbe più proficuo di uno stantio ricordo di una farraginosa quanto annosa realizzazione.

La propensione del privato a impiegare le proprie risorse sarebbe così maggiormente incentivata dalla rapida soddisfazione delle sue aspettative economiche e d’immagine. Il lungo iter burocratico per ottenere un cambio di destinazione d’uso, per una struttura di cui s’intende finanziare il restauro e il reimpiego, può influenzare negativamente l’intenzione di mecenatismo o sponsorizzazione di un privato. Bisogna abbandonare molti preconcetti ormai storicizzati. Anche quell’antica diffidenza verso chi dall’uso di un bene culturale, dalla sponsorizzazione di una sua trasformazione o del suo restauro intende avere un ritorno economico deve lasciare il posto a un rapporto meno teso e sospettoso anche se non privo di briglie. La discussa struttura piramidale in ferro impiantata su lungomare e conosciuta come “N’albero” può essere un esempio di un rapporto stato/privati ancora da migliorare. Ottima l’idea di usare economie private per dare lustro alla città, sicuramente troppo lente le briglie nelle quali il progetto è stato sviluppato e che hanno consentito l’opinabile realizzazione.

Mettere un bene culturale a reddito è anche questo: capire che non c’è offesa o cattivo fine nel voler avere un ritorno economico da un azione imprenditoriale su un bene culturale. La questione non è di tipo puntuale, relativa di volta in volta a questa o quell’opera. La semplificazione dell’approccio dei privati alla gestione dei beni culturali potrà cambiare per sempre il rapporto privati-stato. Guardando appena più in la del nostro naso possiamo già oggi scorgere la fila di candidati per sostituire Londra quale polo economico e culturale d’Europa. Due anni passano in

fretta e quando il Brexit sarà compiuto, molte città non si faranno cogliere impreparate. Le città italiane potrebbero diventare ottime candidate a polarizzare la cultura e l’economia. Molto però dipende dal cambiamento del rapporto stato- imprenditoria privata, da quanto diventeremo attrattivi per gli investitori stranieri. Essere attrattivi è cosa diversa dal lasciarsi spadroneggiare da chiunque, non significa “vendersi allo straniero”. Significa lasciar fare le cose a chi le fa meglio di noi, o che ha numeri migliori per farle, sempre però nel rispetto di regole scritte solo ed esclusivamente da noi.

Oggi quando un privato decide di impiegare i propri fondi per un bene culturale lo stato gli dice: “Bravo! Tu metti i soldi, al resto ci penso io. Prima o poi avrai il tuo ritorno. “ Maggiore attrattività per gli investitori, semplificazione della burocrazia, buona gestione: i risultati saranno eclatanti.