Storie di italiani in Giappone

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Kobe, 30 aprile 2019
Questa mattina, in un giorno storico per il Giappone, mi sono recato in visita al cimitero di Kobe per rendere omaggio alla memoria dei cittadini torresi lì sepolti. È stata un’emozione unica e indescrivibile poter pregare in un luogo intriso di così tanta spiritualità.

Yokohama, 12 aprile del 1888
Questa è la storia degli Italiani in Giappone e questa è la storia anche di Adolfo Farsari, vicentino che con i corallini di Torre del Greco ha vissuto in Giappone (lui in particolare ad Yokohama).
Garibaldino, antigaribaldino, unionista con simpatie verso i confederati, marinaio, sergente e comandante di Marina in una settimana, artista senz’arte, padre orgoglioso e del tutto assente, affezionato figlio silente per vent’anni. Un coacervo di contraddizioni: questa è la vita di Adolfo Farsari, nato nel 1841 a Vicenza da una famiglia dell’alta borghesia animata da ideali repubblicani.
Diciottenne, come tanti giovani s’infatua dell’eroe dei due mondi e aderisce all’impresa dei Mille; ancor prima dell’ “obbedisco” e dello svaporamento dell’idea, è
deluso dalla massiccia presenza, tra le camicie rosse, “di ladri e assassini”. Nel giugno del 1863 parte per Marsiglia, e da lì si imbarca sul veliero austriaco “Aquila”: in tasca ha pochi spiccioli e due lettere di raccomandazione che non userà, mentre in Italia ha lasciato ingenti debiti di gioco che gravano sulle casse paterne.
La meta è New York: qui, a soli tre mesi dall’arrivo, sposa l’agiata vedova Mary Patchen; nulla comunicherà alla famiglia, con cui corrisponde assiduamente. Sarà la prima di molte reticenze.
Per la fine del 1863 è arruolato volontario come soldato semplice nelle file dell’esercito unionista, precisamente nel 12° Reggimento di Cavalleria newyorkese. Combatterà la Guerra di secessione americana fino alla fine. Antirazzista, nutre una profonda simpatia per la gente del Sud, che trova più schietta e meno venale dei nordisti fra cui pure milita.
Scampato alle palle di fucili e cannoni, nel marzo del 1865 viene ferito alla testa da una sciabolata infertagli durante una rissa: resterà in ospedale fino ad agosto, in attesa del congedo. Intanto la guerra è finita, e la moglie gli ha dato il primo figlio, Edmund.
Alla famiglia scrive di esser divenuto agente di commercio, di occuparsi del carico e scarico merci dei bastimenti, a New York, dove è tornato a vivere. Milita nelle schiere dei “black radical republicans”, e nel novembre del 1866, dopo esser divenuto cittadino americano, è accolto nella framassoneria.
Pochi mesi più tardi, nel dicembre del 1867, scrive per l’ultima volta a casa, promettendo il ritratto suo con moglie e figli, giacché gliene sta per nascere un secondo. Quindi, fa calare il silenzio più totale. Il padre interessa varie conoscenze per rintracciarlo, ma riesce a ottenere solo notizie poco consolanti: parrebbe aver dissipato ogni sostanza, propria e della moglie, e non abiterebbe più a New York.
Rassegnato, Luigi Farsari accetta l’idea che il figlio sia morto.
Passano gli anni, ventuno, per l’esattezza. Nella casa vicentina dei Farsari un certo Filipponi recapita una lettera scritta da Adolfo. È vivo, sta bene, fa il fotografo in Giappone, a Yokohama, e ha molto successo nonostante qualche sventura. Vorrebbe riallacciare i rapporti con la famiglia, e dopo l’iniziale resistenza del padre che, ormai ottantenne, sospetta una frode, ci riesce. Due anni più tardi rientra in Italia, abbigliato all’orientale e accompagnato dalla figlia Kiku.
Ha il tempo di riabbracciare la madre che, malata e cieca da molti anni, muore pochi mesi dopo. Un anno più tardi muore anche Luigi Farsari: nel testamento ha scritto che alla figlia vadano i tre quarti dell’eredità, mentre Adolfo “può lusingarsi di trovare ospitalità presso la sorella per qualche tempo, se saprà coltivarla come merita, e per lui con i suoi capitali la vita diviene facile, piana, senza pensieri come a lui piace goderla”.
Adolfo morirà a Vicenza nel 1898, a pochi giorni dal suo cinquantasettesimo compleanno.