Stranieri ovunque, ipotesi sul valore di una Biennale diversa

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Venezia, 20 apr. (askanews) – La Biennale di Adriano Pedrosa ha segnato un nuovo confine: è indiscutibile che l’apertura dello spazio di una delle istituzioni del contemporaneo più rilevanti al mondo a una così massiccia presenza del “Global South”, come si è sentito più volte dire in questi giorni, rappresenta una svolta. Se si aggiunge che di questo grande Sud sono state ascoltate con attenzione anche le voci queer, indigene e normalmente invisibili, si capisce che la portata del progetto è significativa e profondamente contemporanea. Così come contemporanea e interessante è la postura di fronte all’idea di globalizzazione, che è un fenomeno complesso, violento, discriminante nelle sue manifestazioni politico-economico-sociali e governato dai colossi finanziari, ma è anche lo spazio nel quale è possibile aprire l’attenzione ai margini del mondo, a ciò che non è Occidente o “Global North”, e non solo per qualche esposizione in un grande museo di uno o più artisti, ma per un’intera Biennale con una grande e molteplice rappresentanza di artisti. Ambiguità, certo, però produttiva.

Un’altra espressione molto sentita e molto usata in questi giorni è stata “in between”, per rappresentare lo stato di permanente movimento, l’impossibilità (e la non necessità) di identificare un punto d’approdo definito, univoco. Tutto è ricerca, in un certo senso, tutto è processo, per poter crescere, per poter restare attaccato al contemporaneo, nella sostanziale impossibilità di raggiungerlo pienamente, come ha ben teorizzato Giorgio Agamben. E poi, naturalmente, la dimensione di “In between” è anche quella tra i generi, gli orientamenti sessuali, l’identità, alla fine, ma in un contesto tenacemente plurale, le identità. “Stranieri ovunque” ha voluto mettersi nel mezzo di quell’in-mezzo, lasciando scorrere le correnti tutto intorno, in un circuito continuamente alimentato dalla sua stessa energia. Che tra le proprie fonti trova spesso echi delle culture indigene, trova i materiali umani della foresta amazzonica o delle zone aborigene dell’Oceania, sente l’eco politico di battaglie civili, del femminismo, delle militanze LGBTQ+, ma anche delle antiche tradizioni sapienziali e delle pratiche tradizionali degli Indios. L’effetto è una grande contro-storia del mondo, nella quale in molti casi il contemporaneo dialoga con altre temporalità, soprattutto nell’ampia sezione chiamata Nucleo storico, nella quale hanno trovato posto artiste come Frida Kahlo o Tina Modotti, in un certo senso antesignane di un cambiamento che la Biennale di Pedrosa ha tentato di fare interamente suo.

Aspetto questo che ha attirato anche perplessità nel corso delle giornate di pre-apertura della Mostra, vuoi per la presenza di alcune quadrerie molto museali e di impianto tradizionale in diverse sale del Padiglione centrale, con conseguente smorzatura del carattere dirompente a livello formale che a volte si vorrebbe essere connesso alle Biennali (ma questa è un’opinione sulla quale ci sentiamo di avere molti dubbi) vuoi per un’attenzione alle tematiche queer secondo alcuni non sufficientemente forte o realmente legata alla contemporaneità. Quest’ultima osservazione ha certamente una sua pertinenza, ma incontrando gli artisti e parlando delle loro pratiche la sensazione che se ne ricava è quella di moltissime idee in fermento, di un forte e perdurante legame con comunità marginali, geograficamente, politicamente e socialmente. L’anima queer è davvero estremamente presente ed è presente in modi non banali, come nel caso dei molti artisti indigeni che hanno sottolineato più volte come le categorizzazioni delle persone e degli orientamenti siano un fenomeno moderno, che non apparteneva a molte delle società tradizionali. Passato e futuro si fondono quindi in un intreccio che è fecondo e forse fornisce una parziale risposta a molte delle domande poste da questa Biennale. Una risposta che in certi momenti permette addirittura di azzardare il pensiero che qualcosa possa esistere oltre il Realismo capitalista, che guardando lontano anche l’Occidente possa trovare strade per ripensarsi e riscattarsi, che ci siano ancora degli spazi per provare a negoziare una nuova relazione con l’ambiente, oltre che con tutte le differenze e le divisioni che la dimensione di straniero porta con sé. Ma se esiste un tema sul quale tutti siamo coinvolti e nessuno può dirsi straniero quello è proprio la crisi climatica, che non a caso entra moltissimo nella narrazione dei lavori degli artisti indigeni.

La sensazione è che per la prima volta negli ultimi anni anche la Biennale Arte abbia abbracciato quella visione che da diverse edizioni anima la Biennale Architettura, ossia un abbandono della postura delle archistar per un ritorno ai progetti locali, alle soluzioni reali, alle possibilità concrete di cambiamento. E forse fa storcere il naso a qualche critico vedere tutti quei colori brillanti o quelle stoffe indigene; forse ci sono alcuni momenti di retorica in certi lavori; forse delle scelte sono dettate da una forma di politicamente corretto; forse alcune opere hanno un aspetto meno “da Biennale” (anche questa frase si è sentita molte volte, ma cosa vuol dire davvero?). D’altra parte però basta guardare le biografie e le opere dei due Leoni d’oro alla carriera – l’italo-sudamericana Anna Maria Maiolino e la turca-francese Nil Yalter – donne che hanno lottato per i diritti per tutta la vita che continuano a farlo con il loro lavoro, per capire che è di questo che stiamo parlando, non solo di una “mostra”. La posta in gioco è più grande, e la Biennale dall’epoca di Baratta in avanti questa partita ha scelto di giocarla. Per il futuro, ovviamente, starà al nuovo presidente.

Ci sono opere, come la tenda delle spose di Yalter nel Padiglione centrale oppure la grande installazione del Mataaho Collective – gruppo di artiste neozelandesi premiato con il Leone d’oro per la Mostra internazionale – che hanno la forza di imprimersi nella memoria di visitatori. Ci sono le scritte luminose di Claire Fontaine che ritornano in più momenti. Ci sono alcuni padiglioni, tra i quali quello italiano con l’installazione sonora di Massimo Bartolini, che ha un’intensità nuova e intima, oppure quello della Santa Sede, che ha avuto il coraggio di andare in un carcere. Ci sono in mostra video queer bellissimi e c’è il lavoro tra video e danza di Isaac Chong Wai che ricompone le ferite della violenza, c’è l’America trans di Rigdon Johnson. Ci sono le voci raccolte da Gabrielle Goliath per denunciare la violenza patriarcale o ancora le vibrazioni sonore di Evan Ifekoya. Ma forse le opere che più raccontano queste personali sensazioni sono le fotografie di River Claure, artista boliviano classe 1997, che con le sue fotografie costruite ha riscritto Il piccolo principe nel contesto andino. Quell’uomo in costume tradizionale che guarda verso il cielo con un visore 3D rappresenta, con la sua conciliazione tra umanità e tecnologia, una speranza di futuro. La stessa del “Principito” che vola leggero sopra le Ande e sopra il nostro iper presente.

(Leonardo Merlini)