Street art e interpretazione, la strada entra nel museo

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Fatti strani nel panorama delle esposizioni in città: la street art, l’arte di strada, al Museo Pan. Dal greco pas-pasa-pan: tutto. Tutta l’arte in questo caso, e dunque anche la street art. Ohibò, cos’è un gioco? Un ossimoro? Una espressione d’arte propria della strada, dei suoi spazi aperti che inneggiano alla libertà, inscatolata, chiusa, imprigionata tra le bianche mura di un Museo. Quando Sgarbi curò una mostra di questo tipo d’arte la intitolò, appunto, ”finalmente prigionieri”. Così è se vi pare. In realtà sul tema c’è un dibattito annoso. Ma andiamo per gradi. Come tutti possono immaginare, la street art è fatta proprio da quei disegni grandi e coloratissimi che spesso vediamo sulle fiancate dei treni, sulle facciate dei palazzi. La Street Art, che si sviluppò negli anni ‘90, è un tipo di arte che ha spesso una natura concettuale o sperimentale, con forme di lettere e figure tradizionalmente dipinte con lo spray. La bomboletta spray rimane lo strumento più veloce ed efficace, ma viene associata a sticker, poster, stencil e materiali plastici per la costruzione di piccole installazioni. Con i diversi mezzi l’artista cerca di comunicare in modo semplice e chiaro, indaga modi e linguaggi spesso originali e sperimentali. I pezzi hanno quasi sempre un significato di carattere sociale, politico, umoristico o di protesta, in altri casi invece sono dei loghi, che ripetuti continuamente portano l’artista ad essere riconosciuto grazie al suo stile. Gli artisti usano spesso pseudonimi anche perché fino a qualche anno fa dipingere panchine, muri, scale, opere pubbliche in genere era reato. Opere di BanKsy, Obei, Mr. Savethewall, e Mr. Brainwash al Pan di Napoli. Tutte insieme. Hanno in comune il fatto di essere nate e manifestate nei luoghi pubblici. Non più da vandali che deturpano senza autorizzazione la città con scarabocchi, ma Street Art come creatività eterogenea che decora per lo più le periferie cittadine, raggiungendo un pubblico vastissimo, che difficilmente entrerebbe in un museo o in una galleria d’arte. Artisti che con i loro disegni vestono palazzi senza forma o carattere. Tutto bello, moderno, molto aperto al futuro. La street art. Arte di Strada. Gli artisti però dalla strada sono entrati nelle gallerie, sono stati ammirati fino ad essere riconosciuti maestri, raggiungendo valori di mercato ragguardevoli, sperimentando anche la pittura su cavalletto. Mutazione genetica e anche economica. Oggi sono al Pan. Il pubblico guarda le opere incuriosito ma non sembra particolarmente colpito. È per lo più un pubblico giovane o che avverte la propria gioventù d’animo. Tutti predisposti a lasciarsi entusiasmare dalla vitalità delle immagini. Ma quelle stesse che sulla porta della metro in stazione sembrano un grande mostro che sta per ingurgitarti, qui sono linee e colori: solo uno strano disegno da guardare.
Torna prepotente il tema del combattuto dibattito: portare queste opere all’interno di un museo, ha senso o si snatura questo tipo di espressione?
Certo, se all’arte di strada togli la strada rimane per lo più un’illustrazione, un’innovativa strategia imprenditoriale e molto merchandising d’autore. Per questo motivo qualcuno afferma che la Street Art è morta. Proviamo a spostare il punto di vista per trovare una risposta. E insieme alle opere portiamo dentro al museo a strada, il loro habitat d’origine. Invece che tra le immacolate pareti di una galleria d’arte le opere possono essere appoggiate su pareti decorate da proiezioni d’immagini cittadine, proprio quelle nelle quali l‘opera è stata creata o cui era destinata. La registrazione dei rumori di quella strada, del treno di quanto è en plein air. Il visitatore è risucchiato nella vita di strada, di quella strada che ha ispirato l‘immagine esposta. L’interpretazione offre sempre il suo confortevole aiuto: se è arte di strada, che strada sia.