Sud, non è tutto nero: lo Svimez si corregge

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Martedì lo Svimez, la storica Associazione pe lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, ha ufficializzato il “Rapporto 2015 sull’economia del Mezzogiorno nel 2014”. Un rapporto che, a differenza di quanto avvenuto negli anni scorsi, è accompagnato una sintesi che raccoglie anche le stime relative all’andamento dell’economia nel 2015. L’augurio è che non si tratta soltanto di un tentativo di rabbonire il premier Matteo Renzi che, a luglio scorso, non deve essere stato particolarmente soddisfatto nel leggere che le conclusioni del “Rapporto Svimez 2015 – sull’economia meridionale nel 2014”, sottolineavano come, dopo sette anni di recessione “Il Mezzogiorno è messo peggio della Grecia”. Sicché, due mesi dopo, ha ritenuto giusto – anche a costo di confondere le idee a tutti – aggiustare il tiro ed aggiungere un’ulteriore sintesi relativa all’anno in corso secondo la quale il Sud ha invertito la rotta e che “nel 2015 la decrescita del Pil si azzera grazie ad export, turismo ed agroalimentare (settori, per altro, che erroneamente, a mio avviso, non aveva mai preso in considerazione, ndr)”. Inversione di rotta sulla quale il sottoscritto, sempre un attimino malfidato, ha deciso vederci chiaro e rinviare ogni valutazione a dopo aver letto la sintesi aggiuntiva ed il rapporto per interi. Per cui, per questa settimana, vi propongo la lettura di qualche performance positiva della regione Campania, grazie alle quali l’ex “Regio felix” non è più la maglia nera del sistema Italia. E cominciano dai fondi strutturali europei, di cui al 31 maggio scorso, la Campania aveva utilizzo complessivamente (Fse + Fesr) 3.358. 113.401 ovvero rispettivamente il 62,5 per cento se si considera l’intera dotazione finanziaria (Ue più quota di cofinazionamento nazionale) 5.364.530,132, e l’84% di quella proveniente dalla sola Ue per la programmazione 2007/2013. Cosa che assume una rilevanza significativa se si tiene conto che a dicembre 2010, ovvero tre anni dopo l’inizio del settennio in questione, di quei fondi era stato utilizzato soltanto il 4%. Di più, sul tappeto c’erano ancora un 1,8mld di euro della programmazione 2000/2006 a rischio definanziamento, che, per fortuna, si è riusciti ad evitare. Il tutto, oltre che da dati numerici, era stato già sottolineato da Corina Cretu, commissaria europea agli affari regionali ad aprile scorso “Dal 2012, Campania e Sicilia hanno quadruplicato la spesa dei fondi europei 2007/2013.”. E ribadito successivamente dal presidente del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani che il 20/7 scorso per promuovere il successo della sua regione nell’utilizzo dei fondi comunitari ha dichiarato che “il Friuli Venezia Giulia – insieme a Campania, Emilia-Romagna, Puglia e Toscana – è stata capace di andare oltre gli obiettivi nazionali nei Programmi operativi sia del Fondo europeo di sviluppo regionale che del Fondo sociale europeo”. Ad agosto 2015 , una “nota dell’Istituto di ricerca Demoskopika, sul “mantenimento” degli organi istituzionali di Regioni, Province e Comuni, ha certificato che la Campania, con un costo di 15 euro a cittadino, negli anni 2010- 2014 ha conquistato il terzo posto nella classifica della virtuosità fra le regioni italiane per l’incidenza dei costi della politica sui reddito dei propri abitanti (la precedono solo Lazio e Lombardia). Proprio nei giorni scorsi l’Agenas, struttura pubblica di controllo del sistema sanitario, ha sottolineato attraverso il proprio sito che nessun ospedale campano, mostra bilanci in rosso, mentre il Sun, il Ruggi ed il Moscati segnalano nel 2014 i migliori bilanci d’Italia. Notevoli progressi, anche nel campo della ricerca per la quale la Campania si attesta al quarto posto fra le regioni italiane per il livello d’investimento rispetto al Pil, soprattutto nel settore delle Bioscienze, nelle Startup innovative e nei comparti dell’agroalimentare. Questo per non parlare della questione rifiuti che, al momento, è soltanto un ricordo. E scusate se è poco.