Susanna Agnelli: la libertà di essere Suni

in foto Susanna Agnelli

Cara Susanna, per tutti semplicemente Suni,

ti scrivo queste righe partendo proprio da quelle pagine indimenticabili di Vestivamo alla marinara – il libro con cui hai meritatamente vinto il Premio Bancarella nel 1975. Una scrittura limpida, diretta, capace di raccontare senza artifici ciò che avevi vissuto e visto, nata dalla semplice esigenza di mettere in ordine i ricordi. Attraverso quelle pagine (i primi25 anni della tua vita) sono entrato in punta di piedi nel mondo severo e affascinante della tua infanzia, tra i silenzi, i grandi dolori affrontati con coraggio e quella governante Miss Parker, inflessibile che ti ricordava in continuazione: “Remember that you are an Agnelli”. Una frase che sembrava scolpita nella pietra e che, in fondo, anticipava il peso di un cognome destinato a precederti ovunque. Per molti eri soltanto la “sorella di Gianni” o, come dicevi con la tua inconfondibile ironia, la “signorina Fiat”.

Eppure, nata nel 1922 in una delle famiglie più importanti d’Europa, hai scelto di non lasciare che fosse il tuo cognome a raccontare chi eri. Il destino sembrava averti riservato il ruolo di perfetta signora dell’alta società, ma tu hai trovato la tua strada, diventando una donna libera, indipendente e profondamente diversa da tutte le altre del tuo ambiente.

È proprio pensando a questa tua autenticità che riaffiora un ricordo che custodisco con particolare affetto. Non ci siamo mai conosciuti davvero, eppure per qualche anno ci siamo incrociati spesso a Roma, in quei cinema di Trastevere dove, evidentemente, amavamo gli stessi film un po’ di nicchia. Mi colpiva sempre vederti arrivare: eri una donna altissima, impossibile non notarti. Ma ciò che sorprendeva davvero era la naturalezza con cui vivevi quella normalità. Una delle donne più conosciute d’Italia arrivava senza seguito, aspettava pazientemente il proprio turno, faceva il biglietto come chiunque altro e, alla fine della proiezione, era la prima a uscire dalla sala. Nessuna ricerca di attenzione, nessun privilegio ostentato. Solo il piacere semplice di andare al cinema. In quell’immagine, più che in tante fotografie ufficiali, credo ci fosse la vera Susanna Agnelli.

E poi c’era un’altra tua abitudine che mi divertiva enormemente. Per oltre vent’anni hai tenuto su Oggi la rubrica del cuore Risposte private. Ti confesso una cosa: la leggevo soprattutto perché a rispondere eri tu. Non tanto per i problemi sentimentali dei lettori, quanto per il modo in cui li affrontavi. A lettere lunghissime, piene di tormenti e sproloqui, riuscivi spesso a replicare con poche righe. Bastavano una frase, un pizzico di ironia e quella lucidità tagliente che ti apparteneva per riportare tutto alla giusta misura. Senza cattiveria, ma senza inutili giri di parole. Era un piccolo esercizio di intelligenza quotidiana, e forse anche una lezione: a volte le risposte migliori sono proprio quelle che non hanno bisogno di molte parole.

Ripensandoci oggi, mi accorgo che il filo che unisce tutta la tua vita è stato uno soltanto: fare qualcosa per gli altri. A soli diciotto anni eri già infermiera volontaria della Croce Rossa sulle navi ospedale durante la guerra. Più tardi, con la stessa determinazione, hai dato vita a una delle iniziative che più hanno cambiato il volto della ricerca italiana: Telethon. Ci hai messo il tuo nome, la tua credibilità, la tua energia e il tuo cuore. Oggi quella intuizione è diventata una realtà straordinaria, un punto di riferimento per la ricerca scientifica e una speranza concreta per migliaia di famiglie. È forse questo il lascito più bello: un’opera che continua a vivere ogni giorno senza avere bisogno di ricordare continuamente chi l’ha resa possibile.

Anche la politica l’hai vissuta con lo stesso spirito libero. Dicevi che non serve lamentarsi se poi non si ha il coraggio di impegnarsi per cambiare le cose. Così hai scelto di metterti in gioco, senza lasciarti rinchiudere in alcuna appartenenza. Sei stata consigliera comunale in una giunta comunista, hai difeso idee che spesso non piacevano né alla destra né alla sinistra e hai affrontato con coraggio anche scelte personali difficili, come il divorzio, diventando la prima della tua famiglia a compierlo. In un’epoca in cui il giudizio degli altri pesava enormemente, tu hai scelto la libertà.

Quella stessa indipendenza ti ha portata a essere la prima donna a ricoprire l’incarico di ministro degli Affari Esteri della Repubblica italiana. Raccontavi con divertimento che, entrando alla Farnesina, avevi trovato un ambiente incredibilmente rigido, popolato da uomini convinti che la diplomazia dovesse avere sempre il volto della solennità. A un certo punto li spiazzasti con una frase che ti somigliava perfettamente: si può svolgere un incarico di enorme responsabilità senza avere l’aria di partecipare ogni giorno a un funerale. Era il tuo modo di ricordare che autorevolezza e umanità possono convive 

Oggi, osservando il dibattito pubblico, mi viene spontaneo chiedermi cosa penseresti di certe derive. Per fortuna, almeno su questo fronte, certe leggerezze restano all’opposizione; ma fa quasi impressione vedere come perfino la politica estera venga ridotta a uno slogan da bar. Pensa che in questi giorni i Cinque Stelle — gente che non hai conosciuto, ma che ti sarebbe stata profondamente indigesta, essendo l’esatto contrario di tutto ciò per cui hai vissuto, con la loro allergia alla cultura, al merito e alla competenza — sono arrivati perfino a proporre delle “primarie” per decidere quale linea internazionale dovrebbe seguire l’Italia, come se la politica estera fosse una lotteria di quartiere.

Conoscendo il rispetto sacro che avevi per le istituzioni e per la diplomazia, immagino già il tuo sorriso ironico, seguito da una delle tue battute taglienti. Perché governare i rapporti tra gli Stati non è una gara di popolarità né un sondaggio improvvisato in piazza: richiede competenza, studio, equilibrio e quella visione rigorosa che tu hai sempre considerato indispensabile per rappresentare il Paese nel mondo.

E poi c’è l’Argentario. Dicevi che si può amare un luogo come si ama una persona. E tu quel promontorio lo hai amato davvero, tanto da diventarne sindaco, parlando con tutti, ascoltando ciascuno e difendendone la bellezza con ostinazione. Era un altro modo di fare politica: partire dalle persone, dai problemi concreti, dal territorio.

Sai, Susanna, una cosa dell’Italia di oggi credo ti farebbe piacere. Dopo tanti anni abbiamo finalmente una donna alla guida del Governo. Tu che sei stata la prima donna a sedere alla Farnesina, rompendo un soffitto di cristallo quando nessuno parlava ancora di quote o di parità, forse guarderesti a questo traguardo con un sorriso. Poi, conoscendoti, aggiungeresti subito che essere donna, da solo, non basta: contano la preparazione, il carattere, il senso dello Stato e la capacità di decidere.  Qualità che non mancano alla nostra Premier.

Alla fine mi piace immaginarti ancora così, mentre entri in una sala cinematografica con passo deciso, fai la fila come tutti, stringi il tuo biglietto tra le mani e scegli un posto qualsiasi. Perché, alla fine, dietro il cognome Agnelli, dietro il ministro, dietro Telethon e dietro gli incarichi prestigiosi, c’era soprattutto Suni. Ed è quella donna, libera, ironica e profondamente normale, che vale davvero la pena ricordare.

Con grande stima e affetto.