Svimez, nel 2019 Sud in recessione. In 15 anni due milioni di emigrati al Nord

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In foto Luca Bianchi, direttore dello Svimez

Nel 2019 il pil del sud calerà dello 0,3% mentre il resto del paese crescerà dello 0,3% aumentando la dIvaricazione che, “all’interno di un paese fermo porta il mezzogiorno in recessione”. Lo afferma il direttore dello Svimez, Luca Bianchi, in occasione dell’anticipazioni e del rapporto ‘L’economia e la società del mezzogiorno. “Questo alimenta grande preoccupazione anche per l’impatto sulla dinamica dell’occupazione, già negatIva al sud e che può peggiorare ulteriormente”. 
L’Italia nel corso dell’anno farà registrare una sostanziale stagnazione, con incremento lievissimo del pil del +0,1% e una crescita zero dell’occupazione (considerando nella stima il peso crescente della cassa integrazione). Il pil del Centro-Nord dovrebbe crescere poco, di appena lo +0,3%. Nel Mezzogiorno, invece, l’andamento previsto è negativo, una dinamica recessIva: -0,3% il pil. Nell’anno successivo, il 2020, la Svimez prevede che il pil meridionale riprenderà a salire segnando però soltanto un +0,4% (anche l’occupazione tornerà a crescere, se pur di poco, con un +0,3%). Migliore l’andamento delle più importanti variabili economiche nel Centro-Nord, con un incremento del prodotto interno lordo pari a +0,9%, ma comunque non in grado di riportare l’Italia su un sentiero di sviluppo robusto (nel 2020, l’aumento del PIL nazionale sarà del +0,8% e dell’occupazione del +0,3%). Le cause di queste prospettive poco incoraggianti per l’economia italiana, spiega loSvimez, ”vanno ricercate in primo luogo nella decelerazione del commercio mondiale, sottoposto a pressioni crescenti, dall’improvvisa fiammata protezionistica alle forti tensioni in diverse parti del mondo”.

Se aumenta Iva si azzera crescita Sud nel 2020 
L’aumento dell’Iva il prossimo anno, per effetto delle clausole di salvaguardia, pesarebbe in misura maggiore al sud rispetto al resto del paese. Lo Svimez stima una traslazione sui prezzi al consumo pari all’85% nel mezzogiorno rispetto al 63% del nord. E’ quanto emerge dalle tabelle che accompagnano le anticipazioni i del rapporto ‘L’economia e la società del mezzogiorno’.
La Svimez ha calcolato l’impatto negativo sul pil conseguente a un’eventualeaumento dell’Iva, per effetto della mancata sterilizzazione delle clausole di salvaguardia: se pesano per un -0,33% sull’economia nazionale, questa cifra si scompone territorialmente in un -0,30% al Centro-Nord e in un -0,41% al Sud. L’impatto maggiore al Sud dell’aumento dell’Iva è legato a due ordini di fattori. Il primo è l’effetto regressivo che una manovra sull’Iva determina maggiormente nel Mezzogiorno, dove i redditi sono strutturalmente più bassi e la capacità di spesa reale dei consumatori è minore. Il secondo attiene alla trasferibilità dell’incremento dell’Iva sui prezzi finali, che è maggiore al Sud rispetto al resto del Paese: infatti, mentre a livello nazionale, la Svimez stima una traslazione dell’incremento dell’Iva sui prezzi al consumo intorno al 70%, l’incidenza è territorialmente diversa e scende al 63% nel Centro-Nord, mentre sale all’85% al Sud. Questo AUMENTO, se attuato, ”azzererebbe la prevista crescita del Mezzogiorno nel 2020”. 

Negli ultimi 15 anni 2 milioni di emigrati al Nord
Negli ultimi 15 anni quasi due milioni di meridionali si sono spostati al centro nord. “E’ un’emergenza le cui dimensioni superano il fenomeno dell’immigrazione”. Lo afferma il direttore dello Svimez, Luca Bianchi, in occasione dell’anticipazione del rapporto ‘L’economia e la società del mezzogiorno’. 
Le persone che sono emigrate dal Mezzogiorno, secondo la Svimez, sono state oltre 2 milioni nel periodo compreso tra il 2002 e il 2017, di cui 132.187 nel solo 2017. Di queste ultime 66.557 sono giovani (50,4%, di cui il 33% laureati, pari a 21.970). Il saldo migratorio interno, AL netto dei rientri, è negativo per 852 mila unità. Nel solo 2017 sono andati via 132 mila meridionali, con un saldo negativo di circa 70 mila unità. La ripresa dei flussi migratori, secondo l’associazione, ”rappresenta la vera emergenza meridionale, che negli ultimi anni si è via via allargata anche AL resto del Paese. Sono più i meridionali che emigrano dal Sud per andare a lavorare o a studiare AL Centro-NORD e all’estero che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali”. I cittadini stranieri iscritti nel Mezzogiorno, provenienti dall’estero, sono stati 64.952 nel 2015, 64.091 nel 2016 e 75.305 nel 2017. Invece i cittadini italiani cancellati dal Sud per il Centro-NORD e l’estero sono stati 124.254 nel 2015, 131.430 nel 2016, 132.187 nel 2017. Questi numeri ”dimostrano che l’emergenza emigrazione del Sud determina una perdita di popolazione, soprattutto giovanile, e qualificata, solo parzialmente compensata da flussi di immigrati, modesti nel numero e caratterizzati da basse competenze”. Si prospetta un andamento demografico ”assai preoccupante di spopolamento”, soprattutto AL sud, che riguarda in particolare i piccoli centri sotto i 5 mila abitanti.

Il gap sui diritti
”L’indebolimento delle politiche pubbliche al sud incide significatIvamente sulla qualità e dei servizi erogati ai cittadini” in particolare sul fronte sicurezza, scuola e sanità. E’ quanto rileva loSvimez anticipando il rapporto ‘L’economia e la società del mezzogiorno’. Il dIvario, si spiega, ”è dovuto soprattutto a una minore quantità e qualità delle infrastrutture sociali e riguarda diritti fondamentali di cittadinanza”.
Nel comparto sanitario, osserva la Svimez, vi è un dIvario già nell’offerta di posti letto ospedalieri per abitante: 28,2 posti letto di degenza ordinaria ogni 10 mila abitanti al Sud, contro 33,7 al Centro-Nord. Tale dIvario ”diviene macroscopicamente più ampio” nel settore socio-assistenziale, nel quale il ritardo delle regioni meridionali riguarda soprattutto i servizi per gli anziani. Infatti, per ogni 10.000 utenti anziani con più di 65 anni, 88 usufruiscono di assistenza domiciliare integrata con servizi sanitari al Nord, 42 al Centro, appena 18 nel Mezzogiorno, di cui addirittura 4 su 10 mila in Basilicata, 8 in Molise, 11 in Sardegna, 15 in Sicilia. Mentre i posti letto nelle strutture residenziali e semi residenziali, comprensivi degli istituti di riabilitazione, ogni 10 mila persone (non solo anziani) sono 73,47 al Centro-Nord, e 21,21 al Mezzogiorno, con punte di appena 9,85 in Sicilia e 14,28 in Campania. ”Ancor più drammatici sono i dati che riguardano l’edilizia scolastica”, afferma l’associazione. A fronte di una media oscillante attorno al 50% dei plessi scolastici al Nord che hanno il certificato di agibilità o di abitabilità, al Sud sono appena il 28,4%. Inoltre, mentre nelle scuole primaria del Centro-Nord il tempo pieno per gli alunni è una costante nel 48,1% dei casi, al Sud si precipita al 15,9%. Con punte del 7,5% in Sicilia e del 6,3% in Molise. Tali dati fanno emergere, secondo la Svimez, ”l’urgenza di un piano straordinario di investimenti sulle infrastrutture sociali del Mezzogiorno: scuole, ospedali, presidi socio-sanitari, asili nido.

La ricetta: subito un piano di investimenti
”Lo spettro della recessione si può evitare, l’allarme delle nostre previsioni rappresenta un’ultima chiamata per le politiche di sviluppo”. Serve un piano di investimenti in infrastrutture economiche, ambientali e sociali. La Svimez, nelle anticipazioni del rapporto ‘L’economia e la società del mezzogiorno’ indica alcune priorità: “occorre mettere in campo, da subito, un insieme di strumenti incisivi per il rilancio degli investimenti pubblici”. La priorità di un nuovo ‘Stato strategico e innovatore’, dev’essere orientata ”all’incremento della dotazione di infrastrutture economiche, ambientali e sociali, all’investimenti nel capitale umano e nelle politiche di innovazione per le imprese”, osserva l’associazione. ”L’urgenza è di fronteggiare le emergenze occupazioni e sociali”. 

Investimenti pubblici, al Sud 102 euro pro capite, al centro nord 278

Nel 1970 investimenti a 677 euro nel mezzogiorno e 452 nel resto d’Italia Roma, 1 ago. (AdnKronos) – Nel 2018 vengono investiti in opere pubbliche 102 euro pro capite nel mezzogiorno; mentre nel centro nord si arrIva a 278 euro. I dati sono contenuti nelle anticipazioni del rapporto ‘L’economia e la società del mezzogiorno’. Gli investimenti pubblici, afferma la Svimez, hanno registrato un ”crollo” rispetto al passato e, ormai, si situano su un livello ”strutturalmente più basso rispetto a quello precedente la crisi e per i quali non si riesce a invertire un trend negativo”. Nel 1970, ricorda l’associazione, gli investimenti pubblici erano rispettIvamente 677 euro nel mezzogiorno e 452 euro pro capite nel resto d’Italia. 

L’austerità è costata 300 mila posti di lavoro e 5 punti di Pil

”L’austerità l’ha pagata soprattutto il Mezzogiorno. Se tra il 2009 e il 2015 fosse stato rispettato il parametro del 34% della spesa per investimenti nel Sud, nelle aree meridionali ci sarebbero stati 300.000 disoccupati in meno e la caduta del pil sarebbe stata inferiore di circa 5 punti percentuali”. Lo afferma il presidente della Svimez, Adriano Giannola, al termine della presentazione delle anticipazioni del rapporto ‘L’economia e la società del mezzogiorno’. Per Giannola il rischio forte e’ che l’area meridionale si allarghi ulteriormente, perché perfino le Marche e l’Umbria sono ormai sotto la media europea del 100%. Infine il presidente mette l’accento sul fatto che ”quella attuale non è solo l’ultima spiaggia per il Sud ma lo è per l’intero Paese, in quanto non stanno aumentando solo i dIvari tra Centro-Nord e Mezzogiorno, ma anche tra Nord ed Europa”.