Il tempo giovane, Almerico Realfonzo: Fascismo e Resistenza, la storia che ho vissuto

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di Fiorella Franchini

Almerico Realfonzo è uno dei ragazzi della Resistenza. Premio “Repubblica partigiana dell’Ossola” 2017 istituito dal Comune di Domodossola, ha conosciuto l’impegno e la difficoltà di questa scelta, forse con l’incoscienza della giovane età ma con la consapevolezza dell’odio verso la guerra. Un’educazione fascista eppure, quando è stato il momento di decidere, la scelta è stata univoca. Non un eroe, ma un difensore strenuo prima del valore della libertà e poi di quello della memoria.

Fascismo e Resistenza, come ha conciliato dentro di se queste due esperienze?
Le contrastanti esperienze del Fascismo e della Resistenza si sono fuse nel continuo della vita perseguendo, nel mio caso, una traccia etica.

Ingegnare, scrittore e professore universitario Almerico Realfonzo, ha raccontato la sua esperienza ossolana ne ‘I Giardini Rosminiani’, edito nel 2008, ripubblicato poi nel libro “I Giorni Della Libertà” insieme con il racconto ‘Il Giardino degli Aranci’, dedicato alle vicende belliche e della Resistenza a Napoli, cui ha poi fatto seguito “Milano 1944” con i ricordi del periodo milanese fino a Piazzale Loreto.

Quattro libri che sono diventati veri e propri luoghi della memoria, uno spazio fisico e mentale costituito da un elemento materiale, la scrittura, e da tanti elementi immateriali e simbolici, ricordi, riferimenti, citazioni in cui una generazione e un’intera società possono riconoscersi. Pagine letterarie che sono in grado di stabilire e generare delle connessioni con esperienze emotive, mitiche, immaginali, capaci di trasferire nel tempo un contatto con le esperienze e i fatti significativi del passato. Attraverso le sue narrazioni Realfonzo ha raccolto un “patrimonio culturale intangibile” fatto di rappresentazioni, espressioni, conoscenze, oggetti, spazi culturali per trasmetterlo alle generazioni successive, costantemente ricreato dalle comunità dei lettori. 

Prof. Realfonzo, quando il Suo ricordo è diventato memoria?
Quando, rientrato a Napoli dopo i tempi di Domodossola e Milano della Resistenza, entrai nel giro dei ragazzi delle riviste letterarie giovanili e provai a scrivere le mie memorie degli anni ’43-45 e del primo dopoguerra.

Dopo tanti libri perché non si esaurisce dentro la sua coscienza il bisogno di raccontare?
La fatale necessità di raccontare la storia della mia giovinezza la fa rivivere, quanti che siano i libri occorrenti.

Con questo nuovo testo Almerico Realfonzo amplifica la presenza del binomio spazio-tempo. Infatti, il libro si apre sulla scena della Grande Guerra, documenta il modernismo politico e del costume fascista, la gioventù militarizzata, il sogno di Mussolini della grande potenza, le avventure del colonialismo in Africa, la guerra civile di Spagna e l’occupazione dell’Albania, l’alleanza con l’antico nemico germanico, le leggi razziali, la Seconda guerra mondiale, la disfatta italiana e la “morte della Patria” risorta con la sanguinosa guerra di Liberazione nazionale.

Quando il ragazzo Almerico ha avuto contezza del momento storico che stava vivendo?
Quando il convoglio di carri scoperti e pianali trainati da una locomotiva a vapore che aveva accolto la mia famiglia a Milano dopo l’interminabile viaggio da Napoli nell’Italia devastata dalla guerra, raggiunse, un pomeriggio estivo del ’43, la stazione di Domo e noi uscimmo, nel silenzio agostano, sul piazzale deserto della piccola città del mitico traforo del Sempione.

Un retaggio storico-culturale che appartiene al passato, che attraverso la parola scritta permette di sentirsi consapevole di questa storia, come esperienza collettiva e come parte integrante del tessuto intellettuale comune. Casa, scuola, relazioni, vita quotidiana e avvenimenti politici: un percorso narrativo in cui storia e memoria si sovrappongono, tra ricordo individuale e collettivo, riflessione intima e analisi moderna.      

In quest’ultimo libro “Il tempo giovane. Ragazzo tra le guerre – edizione Mimesis – la Storia sembra prevalere sulla memoria, quali sono state le sue fonti?
Forse la mia natura d’ingegnere mi ha spinto ad adottare lo scientismo della storia e a volgere la mia attenzione alle fonti storiografiche. 

Memoria quotidiana nel tempo della storia, una scelta dell’autore che s’innesta in tanti progetti di ricerca orientati alla costituzione di “storie di vita” che, basandosi su topoi della memoria di un campione d’individui della stessa generazione, mirano a integrare la storia con molteplici tempi vissuti. Un rapporto non facile quello tra memoria, ricordo e storia poiché “la memoria è un “fenomeno sempre attuale”, “in evoluzione permanente”, e  “il ricordo racchiude in sé una dimensione affettiva”. La scrittura consente di trasformare il ricordo personale in memoria collettiva e il libro-monumento assume una “dimensione che va oltre il ricordo poiché trasforma l’evento in exemplum”, che a ogni lettura celebra e vivifica il passato.

Se ai capitoli del suo libro dovesse accostare una colonna sonora, quale sceglierebbe?
Tra i tanti refrains della mia vita, Strangers in the night, purché cantata da Frank Sinatra, che fa nostalgia lui per primo. E non mi chieda perché.

Se, invece, dovesse associare un’immagine, quale sceglierebbe per rappresentare l’epoca del fascismo, quale per il periodo della resistenza?
E’ pacifico che per il Fascismo sceglierei l’immagine di un legionario sanguinante e per la Resistenza quella di un partigiano in armi.

In un suo saggio Paolo Sorcinelli riepiloga il senso di un rapporto contraddittorio. “Il ricordo è di chi ha vissuto l’evento, la memoria è sia di chi ha vissuto l’evento sia di chi l’ha sentito raccontare”; la storia è indagine e interpretazione del passato “di cui entrambi possono far parte.

La storiografia tradizionale ha spesso mostrato una certa diffidenza verso le esperienze memorialistiche e autobiografiche, eppure oggi, che di memoria si parla assai più che di storia, il recupero e l’analisi della prima appare come un passaggio obbligato verso la conoscenza della seconda, ormai considerata come un qualsiasi “documento”, e quindi legittimato a essere usato e consumato.

Che cosa pensa di dover raccontare ancora?
Se fossi certo di vincere l’ignavia degli anni, potrebbe essere un libro di memorie sull’indimenticata Capri nella brezza della mia vita ancora giovane, sulla gioia sorgiva dei miei figli e la serenità della mia sorridente Maria Carla. 

Tutti hanno bisogno del passato “in cui affondare le proprie radici”. Paolo Prodi sostiene che “in un certo senso, attraverso le memorie collettive e la storia, si esplica una funzione parallela a quella “che lo psicanalista esercita a proposito della coscienza individuale”. Infatti, in entrambi i casi, lo scopo è di “fare emergere brandelli che rimangono nascosti e non emergono in superficie se non con un paziente lavoro di ricerca”.

Almerico Realfonzo, lavorando sulla propria storia individuale, riesce a farci recuperare la nostra dimensione collettiva, nella speranza che il tempo che è già stato sia percepito come un fenomeno del presente e, in quanto tale, in grado di incidere sulla realtà del momento e di condizionare in qualche modo il futuro.

Una possibilità o, forse, un’utopia che l’autore ha voluto condividere con i giornalisti, gli storici, gli intellettuali che lo hanno accompagnato in questi anni da Guido D‘Agostino che ha scritto la prefazione a Emma Giammattei, a Fulvio Papa e Pier Antonio Ragozza e molti altri i cui scritti sono raccolti nella parte finale del libro, un valore aggiunto che alimenta the sense of past di senso culturale.