Tensione nel Golfo, benzina alle stelle?

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Roma, 5 giu. (AdnKronos) – di Federica Mochi

La crisi che si è aperta in Medio Oriente con la chiusura dei rapporti con il Qatar da parte di Egitto, Arabia Saudita, Emirati e Bahrein, che accusano l’emirato di sostegno ai terroristi, ha avuto conseguenze immediate anche sulle quotazioni del petrolio, provocando uno scossone in borsa. Già in apertura, il prezzo del greggio Brent è aumentato di un punto percentuale, balzando a 50,50 dollari al barile, mentre il greggio Wti è schizzato a 48 dollari al barile, registrando un +1%.

Dopo il terremoto diplomatico, sembra farsi concreto il timore degli analisti che l’interruzione dei rapporti diplomatici tra Doha e i quattro Paesi possa avere delle ripercussioni sui prezzi dell’oro nero nei principali mercati internazionali. Il Qatar è infatti uno dei membri dell’Opec, l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, assieme ad Algeria, Angola, Arabia Saudita, Ecuador, Emirati Arabi Uniti, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Venezuela, Gabon e la Guinea Equatoriale, e tra i più grandi produttori al mondo di gas naturale. Il petrolio rappresenta comunque una delle principali risorse economiche del Paese e nel 2016 la produzione del Qatar si aggirava attorno ai 1,213,000 barili al giorno.

I membri dell’Opec controllano la quasi totalità del petrolio mediorientale, definendo unilateralmente le quote di estrazione e il prezzo da pagare ai paesi produttori. Ad esempio, durante la crisi energetica del 1973, l’Opec si rifiutò di spedire petrolio verso le nazioni occidentali che avevano sostenuto Israele nella guerra del Kippur contro l’Egitto e la Siria. Un rifiuto che provocò un incremento del 70% nel prezzo del greggio, durato cinque mesi.

Nel gennaio 1975, gli Stati membri dell’Opec decisero di aumentare i prezzi del petrolio grezzo del 10%. Un episodio simile si verificò con l’avvicinarsi della guerra del Golfo del 1990-91, quando il presidente iracheno Saddam Hussein sostenne che l’Opec doveva spingere verso l’alto il prezzo del petrolio, aiutando così l’Iraq e gli altri stati membri a ripianare i debiti.