The Cure, il progetto di videoarte che ha sublimato le paure della collettività

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in foto Anuar Arebi, Cercate l’incanto dove c’è tormento, adattamento 2021

L’Occhio di Leone, ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte, in Italia e all’estero, avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

“Vorrei continuamente indicare, estasiato, la beata e multicolore varietà dell’universo, e insieme ricordare che alla base di questa varietà c’è un’unità; vorrei fare continuamente vedere che bello e brutto, chiaro e scuro, peccato e santità non sono che antitesi momentanee, le quali trapassano poi sempre l’una nell’altra. Le più alte parole dell’umanità, per me, sono quelle in cui tale duplicità viene magicamente espressa, quei pochi misteriosi detti e parabole in cui le grandi antitesi del cosmo vengono riconosciute, insieme, come necessità e come illusione”.
Nelle parole di Hermann Hesse del 1925, raccolte nello scritto La Cura, la molteplicità di valenze pare essere una eco di un progetto di videoarte, titolato The Cure e che, giunto alla sua conclusione, definisce e riperimetra la geometria dell’arte nello spazio urbano.
The Cure è una mostra diffusa nella città di Corato (Ba) che, dal 20 marzo scorso e sino al prossimo 16 maggio, ideata da Alexander Larrarte ha avuto una idea composita alla base: 5 farmacie, 1 parafarmacia, 7 ledwalls, 6 curatori, 7 artisti e 7 interventi di videoarte, per cercare una “cura” contro gli effetti della pandemia. THE CURE è stato uno dei primi progetti sperimentali alla fine dell’inverno, tra chiusure e nuovi lockdown e, promosso dalla CoArt Gallery ha tentato, riuscendovi, di rileggere spazi e modalità, oltre le chiusure, oltre le limitazioni ed il silenzio, attraverso la propensione comunicativa dell’arte contemporanea. Tutto è nato a partire in armonia con lo spirito di servizio dei farmacisti di comunità che, durante l’epidemia da Covid19 ha funto e continua ad essere di esempio insieme con quello degli altri operatori sanitari, sempre in prima linea. Le farmacie in Italia, ma anche negli altri Paesi europei, sin dall’inizio, sono state il solo presidio sanitario direttamente aperto al pubblico, garantendo non solo la costante fornitura di medicinali ma anche di prodotti essenziali per la protezione delle persone. I farmacisti, inoltre, hanno avuto la responsabilità di informare, consigliare ed educare la comunità sulla situazione pandemica. Ad oggi, perciò, le farmacie sono il punto di riferimento nella situazione emergenziale e il ruolo del farmacista si amplia anche nelle forme di controllo e gestione della paura. In questo periodo, anno, senza precedenti per la nostra società odierna che ha trasformato radicalmente il nostro modo di vivere, purtroppo, il mondo della cultura è stato quello maggiormente penalizzato, tuttavia, artisti, musei, fondazioni, curatori, non hanno mai fatto mancare la propria presenza, sperimentando e proponendo visioni nuove per la fruizione dell’arte. È in questa dimensione di riflessione che il curatore Alexander Larrarte, con la Galleria CoArt e lo Studio di Architettura Esther Tattoli, hanno individuato nel ledwall delle farmacie un potenziale strumento per tornare ad avere un contatto con l’opera, nel pieno rispetto delle normative eppure oltre i divieti necessari alla salvaguardia della collettività e le chiusure. Concetto che affianca quello di ‘cura’ è, inoltre, quello di ‘curiositas’, inteso come stimolo che potrebbe mantenere in vita l’arte nel contesto urbano, svuotato delle sue funzioni collettive. THE CURE, infatti, nasce con finalità di comunicazione ‘sociale’, veicola attitudini e sensibilità di una determinata epoca e di un territorio. Le nuove forme artistiche, pertanto, necessitano di spazi alternativi rispetto al museo tradizionale. La mostra, d’altronde, si è fondata anche sull’intento, mai scontato, di approfondire la relazione tra contenitore e contenuto, in particolare, rispetto alle dinamiche di attribuzione di significati all’opera d’arte, e dall’idea che il contenitore conferisca un valore semantico ulteriore alle opere esposte, creando nuovi livelli interpretativi da parte dello spettatore.
In tal maniera, per individuare una ‘cura’, sono stati invitati sei ‘curatori’, il cui compito è stato presentare, ognuno, un artista, con piena libertà di ricerca ed a cui è stato assegnato un monitor a led (ledwall) delle farmacie di Corato, con formati diversi, per sette interventi di video arte.
L’ideatore Alexander Larrarte, afferma: “The Cure è stato e continua ad essere un progetto sperimentale, in progress, che ha presto forma grazie ai farmacisti che hanno accolto la nostra idea e la nostra richiesta, grazie al meraviglioso lavoro di squadra con i curatori, ma grazie, soprattutto agli artisti che hanno accettato il nostro invito, per creare un percorso di riflessione articolato, che inserisce l’arte in una dialettica nuova con lo spazio e con i suoi abitanti, affinché susciti fermenti emotivi e critici, valorizzandoli.”
Dall’intento alla realizzazione, grazie anche al Patrocinio dell’Ordine Interprovinciale dei Farmacisti Bari e Bat, allo Studio Esther Tattoli Architetto e, naturalmente, alla CoArt Gallery di Corato, in collaborazione con Corato Live, Lo Stradone, Apulia Center for Art and Technology, il team di lavoro è stato straordinario. Le diverse farmacie della città di Corato hanno sublimato le paure dei cittadini attraverso le opere degli artisti: Anuar Arebi, con l’opera ‘Cercate l’incanto dove c’è tormento’, invitato da Azzurra Immediato, Emanuele Dainotti, con ‘Una parata di spiriti stanotte’, invitato da Giuliana Benassi, Locuratolo, con The Rhythm of the Heart beatis Earth’ invitata da Alexander Larrarte, ed ancora Maria Pizzi con l’opera “Quarantinian Endearting”, invitata da Giusy Caroppo, Valeria Secchi, con “What I do when you don’t watch: performing my favourite sport” invitata da Laura Tota, Gregorio Sgarra, con ‘Screening’, a cui si deve anche la realizzazione del docuvideo del progetto, invitato da Alexander Larrarte ed infine Mat Toan, con l’opera “Keep Rolling”, invitato da Carmelo Cipriani. Gli artisti selezionati e presentati dai curatori hanno mostrato quanto l’indagine si sia spinta nel linguaggio della videoarte inteso quale veicolo di immersiva percezione e, soprattutto, fruibile tenendo conto del momento delicato ed in piena sicurezza. La presentazione ufficiale, aveva già definito le linee guida del progetto, ovvero affidare alle opere in proiezione il ruolo di accoglienza dello sguardo della comunità per tentare di costruire una nuova memoria collettiva, ma non solo locale. Artisti e Curatori, provenienti da tutta Italia, auspicano, infatti, insieme con Alexander Larrarte, di proporre The Cure come progetto dalla finalità sovranazionale e replicabile in altre città, al fine di costruire una nuova rete di riflessione sul nostro tempo, grazie alla videoarte.

in foto Valeria Secchi, What I do when you don’t watch…
in foto Locuratolo – The Rhythm of the Heartbeat is Earth
in foto Maria Pizzi – Quarantinian Endearing