Tony Stefanucci si racconta: Così ho cambiato a Napoli il modo di concepire una scenografia

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in foto una scena di Tchiakoskiana al Teatro San Carlo con Carla Fracci

Ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

di Ilaria Sabatino

La scenografia, potremmo dire una tela sempre bianca su cui dar vita ad un grande spettacolo, non è una semplice cornice ma è la matrice di tutto, dove allo scenografo è dato il compito di imprimere il suo tocco personale. Lo sa bene il protagonista dell’intervista di oggi, che le ha dato una nuova chiave di lettura, il Maestro Tony Stefanucci. Sin dagli Anni Cinquanta sulla scena artistica napoletana, ha ricoperto il ruolo di docente di Scenografia all’Accademia di Belle Arti di Napoli, creando una vera e propria scuola. Col maestro Stefanucci, non solo conosceremo il suo approccio all’arte, ma come questo abbia dato vita all’attuale visione della scenografia alle origini fino a giungere ad un periodo, l’attuale, in cui si è passati da una bravura tecnica ad una intellettuale. Tony Stefanucci, uno scenografo che avrebbe tanto da raccontare e che tanto ha dato alla scenografia di un determinato periodo che fa risonanza tutt’oggi.

in foto Tony Stefanucci


Com’è nato il suo percorso artistico?

Non ho scelto di fare l’artista, me lo hanno ordinato! È avvenuto quando mio padre mi iscrisse all’Istituto Tecnico Casanova, considerata all’epoca la scuola dei proletari, al contrario dei licei classici e scientifici che erano invece i licei esclusivi dell’alta borghesia cittadina. Mio padre mi aveva iscritto a questo Istituto, perché voleva che diventassi un operaio specializzato all’Ente Autonomo Volturno, dove lui lavorava. Ma, nel 1950, esattamente settantuno anni fa, mentre stavo per raggiungere la licenza di operaio specializzato, sperando così di aver finito gli studi e poter continuare ad esercitare la mia attività di “scugnizzone” del quartiere in cui abitavo ed abito tutt’ora, in attesa di essere ingaggiato nell’azienda in cui lavorava mio padre, si fecero avanti il professor Vincenzo Vivo, che insegnava disegno ornato all’Istituto Casanova, e l’ingegnere Marino, che insegnava disegno tecnico, puntandomi gli indici contro, guardandomi negli occhi mi dissero: “Tu sei bravo a disegnare! Devi andare al Liceo Artistico”.
Così iniziai il mio nuovo percorso nell’arte, complice il destino ed il mio compagno di banco che divenne poi un mio carissimo amico, “Giggino Fortunato”, figlio del portiere dell’Accademia di Belle Arti, allora anche Liceo Artistico di via Costantinopoli, con grande delusione di mio padre, mi ritrovai a settembre a passare l’esame di ammissione al Liceo Artistico. Il mio amico mi aveva preparato, quindi mi presentai tutto ben armato di squadre, compassi e l’occorrente che serviva a fare l’esame. L’esame consisteva nel disegnare due mele e un piatto, un ornatino di gesso ed un disegno geometrico, che era la proiezione ortogonale di un solido.
Risultai essere uno dei migliori!
Il mio primo successo al Liceo Artistico fu una testa di Bruto a matita grassa su cartoncino grigio. Già dal secondo anno ebbi la fortuna d’incontrare “i quattro cavalieri dell’apocalisse”, cioè quelli che innovarono l’indirizzo culturale dell’Accademia, trasformando il figurativo in pittura astratta, in pittura nucleare… I quattro cavalieri erano: Renato Barisani, Mario Colucci, Antonio Venditti e Guido Tatafiore, che mi cambiarono completamente la vita. Pensi che tra il 1953/1954, ancora non diplomato al Liceo Artistico, il maestro Colucci mi chiamò, assieme a Guido Biasi e Franco Palumbo e ci disse:
“Ragazzi dobbiamo andare a Milano a fondare il gruppo dei pittori nucleari Napoli/Milano!”
Così andammo a Milano a conoscere Enrico Baj.

Quale è stato il rapporto di Tony Stefanucci con la scenografia?
Dopo aver preso la maturità artistica, gli indirizzi più consueti scelti da buona parte dei colleghi della mia generazione: Di Fiore, Starita, Pisani etc., erano la Pittura e la Scultura. Io non lo feci, anche perché la creta mi dava fastidio alle unghie e poi perché a scultura era iscritta la mia fidanzata di allora che è la mia attuale moglie, Rosa Panaro. Per curiosità, che poi è la matrice di tutte le mie scelte, mi iscrissi a scenografia, anche se, ancora oggi, non mi ritengo uno scenografo, diciamo che la scenografia mi ha consentito di assolvere al mio senso pratico, forse di accontentare in qualche modo mio padre… insomma ho “fatto” lo scenografo.
Se sono qualcosa, forse, sono un’artista, mi dissero che ero bravo e dovevo fare arte, quindi mi considero un’artista…. ma specializzato… concreto.
Dicevo… alla fine mi iscrissi a scenografia per curiosità. E Sempre per seguire questa mia verve ho realizzato documentari sulla maggior parte degli artisti napoletani miei coetanei, ho realizzato un documentario sull’arte contemporanea, raccontando vite d’artisti, colleghi, amici.
Quando studiavo scenografia, allora questa “arte” era appannaggio degli architetti, una categoria con la quale non andavo molto d’accordo, perché non avevo bisogno di disegnare in scala, ma in proporzione ed esclusivamente a mano libera. Il titolare di cattedra di scenografia era il prof. Costantino Vetriani, architetto romano, col quale iniziai da subito ad avere dei diverbi, perché io avevo un’altra idea della scenografia. Per me la scenografia non era rifare gli stili architettonici del Vignola nelle opere del teatro a seconda dell’epoche e dei tempi, per me la scenografia non era una ricostruzione ma un’interpretazione artistica, una reinvenzione. A quel punto lui mi disse, con accento romano, “da qui non si esce scenografi” ed io gli risposi che non solo sarei uscito scenografo da questa scuola, ma avrei fatto di questa scuola una scuola di scenografi.
Sono stato per dieci anni direttore degli allestimenti scenici, scenografo e costumista del teatro San Carlo, sostituendo il mio maestro Cesare Maria Cristini.
Mi ricordo un episodio straordinario annesso ad uno spettacolo con Carla Fracci. Pensai di far arrivare il boccascena, in altezza, fino alla mantovana barocca, quella con lo stemma, e insomma aprire tutto. Mi ispirai per quella scena al barocco russo, che è molto particolare. D’accordo con il regista facemmo questa cosa e arrivai con la scenografia ad una altezza non abituale. Quando si apriva il sipario si sentiva un’esclamazione di meraviglia corale e scoppiava l’applauso, forse una delle rare volte che a Napoli si applaudiva sulla scena e ciò accadeva tutte le sere. La scenografia non è la ricostruzione di certi ambienti, ma è l’interpretazione artistica secondo la capacità dell’artista scenografo di mettersi in mostra per fare una scena, cioè ci deve mettere tutta la sua personalità. Il mio primo spettacolo di questo genere, la mia prima scena, nel 1954, era ispirata a Raoul Dufy, era una scena settecentesca, di uno spettacolo settecentesco di un’opera buffa napoletana. Non era la ricostruzione di una scenografia settecentesca o di un’ambientazione settecentesca, ma era l’interpretazione di una “cosa” settecentesca. Quella è la vera scenografia, dove lo scenografo reinventa, cita, protegge visivamente l’opera riempendola con la propria personalità.

Com’è stato il suo periodo Accademico da docente? Che ricordi ha?

Da docente ho continuato a fare quello che facevo da studente, cioè da allievo mi dissi: “Non si può fare scenografia se non si verifica su campo quello che hai progettato e per poterlo fare devi realizzare degli spettacoli”. Quindi da studente ho fatto degli spettacoli in Accademia e da docente ho fatto esattamente la stessa cosa, per cui io non so quando sono stato docente e quando sono stato studente! Ho usato l’accademia come un laboratorio, un luogo per sperimentare, crescere e far crescere. Sono stato studente con i miei studenti e docente con i miei colleghi, perché ciò che mi interessava in primis era capire che cosa fosse effettivamente la scenografia.
Dalla mia scuola sono usciti i più bei nomi della scenografia contemporanea napoletana e del costume, come Renato Lori, Tonino Di Ronza, Antonio Farina, Roberto Crea, Raffaele di Florio, poi le costumiste come Zaira De Vincentiis, Carla Colarusso, Alessandra Torella e molti altri…e poi, questa è una cosa molto curiosa… di solito dalla scuola di scenografia escono gli scenografi maschi e le costumiste femmine non si è mai capito il perché. Dalla mia scuola, invece, è uscita una scenografa straordinaria che è Arcangela Di Lorenzo. E quando farò la mia mostra Capricci, Arcangela Di Lorenzo con Zaira De Vincentiis e Carla Colarusso, rappresenteranno sinteticamente la scuola di scenografia di Tony Stefanucci. Con i miei studenti abbiamo fatto molte rappresentazioni teatrali come, il Macbeth, il Don Giovanni di Molière e siamo stati gli unici che hanno commemorato l’anniversario della morte di Mozart, con lo spettacolo Il flauto magico, poi un altro spettacolo fu Le nozze di sangue di Garcia Lorca. Negli stessi anni ho realizzato il parco di divertimenti “Edenlandia”, il primo parco italiano stile “Disneyland”. Sempre con i ragazzi facemmo una cosa straordinaria, Abitare Pompei, una commemorazione su Pompei al Mann e ricostruimmo, naturalmente inventando, degli ambienti come la casa pompeiana.

Cos’è cambiato nell’arte nel ‘900 al 2000? E come ha vissuto questo cambiamento non solo nell’arte, ma anche nella scenografia oggi?

È cambiato tutto nell’arte, essa non è più figurativa o quando lo è, è figurativa in eccesso diverso. L’arte prima era figurativa ma misteriosa, pensi un pò che cosa era, ad esempio, di strano e di misterioso L’Amore Sacro e l’Amore Profano di Tiziano. Oggi si fa in un altro modo, diciamo, non devi essere tanto bravo tecnicamente ma bravo culturalmente, intellettualmente e soprattutto strategicamente.