Tra Fidel e Maradona, un sognatore castrista nella Napoli dei primi anni ’90

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di Erika Basile

“Ma tu ce l’hai un sogno? Sai che significa un sogno?”: con queste parole, Emidio Tagliavini cerca di scuotere suo figlio Ernesto, abbagliato dal mito americano, dalle donne e dal calcio. Siamo agli inizi degli anni ‘90, gli scenari politici nazionali e internazionali subiscono profonde trasformazioni e con esse stili di vita e modelli nuovi si impongono, ma per Emidio il capitalismo non è la soluzione; ricorda che suo padre è morto a Cuba per difendere un ideale, e che “quando le cose sono giuste non si devono cambiare”. Ogni mattina indossa la sua uniforme e, ostinatamente, vive da militante la sua personale rivoluzione; sospeso, come in una bolla, percorre impettito i vicoli della sua città, pervasa dal culto di Maradona, e il lungomare così simile all’amato Malecón. Il sogno di Emidio è il castrismo e il castrismo è la sua realtà. Ha trovato in sua moglie una fedele alleata, più di quanto egli stesso possa immaginare, e cresce la piccola Celia, unica nipotina, abbandonata dalla mamma americana, allevandola nel culto di Fidel. La sua casa è una piccola Cuba: si mangia Cuba, si ascolta Cuba, si respira Cuba. Controlla con precisione ossessiva l’andamento dei prezzi delle “derrate alimentari”, istituisce la libreta per razionare le dosi settimanali di riso e fagioli e osteggia qualsiasi genere di cambiamento, alimentando il conflitto con Ernesto (Marco Mario De Notaris), il cui unico legame con il socialismo è rappresentato dal nome, chiaramente evocativo. Nelle lettere che invia periodicamente a Fidel Castro lo informa di tutte le sue attività, e da Fidel riceve sempre una risposta, o almeno così egli crede. Presentato in anteprima al Bif&st, dove ha conquistato il premio Ettore Scola per la migliore regia e il premio Gabriele Ferzetti per il miglior attore protagonista, è uscito nelle sale cinematografiche a ridosso del quinquennale della scomparsa del Líder Máximo: il 25 novembre 2016 morì Fidel Castro e, a quattro anni di distanza, lo stesso giorno, ci ha lasciati Diego Armando Maradona che lo considerava come un secondo padre e a cui era legato da una profonda amicizia. Viviana Calò, regista napoletana al suo primo lungometraggio, svela che l’idea del film è nata nel 2008: quando Fidel lasciò il potere nelle mani del fratello Raul, si chiese come si sarebbero sentiti tutti coloro per i quali aveva rappresentato un punto di riferimento; poi, negli anni successivi, l’immaginazione ha elaborato in una chiave del tutto originale lo spunto iniziale ed è stata scritta la sceneggiatura, in funzione degli attori che hanno interpretato i personaggi. Per cui “lavorare con loro è stato come fare una lunghissima conversazione in famiglia” nei quartieri popolari di una città abituata ad accogliere e accettare ogni diversità, l’unica dove avrebbe potuto vivere Emidio Tagliavini. La straordinaria interpretazione di Gianfelice Imparato dà vita a un personaggio che non dubita mai, aspro, severo, mai sopraffatto dalle emozioni, neppure quando in riva al mare ripensa a se stesso bambino su una spiaggia dell’isola caraibica. Un sognatore, un folle che organizza grottesche incursioni alla base Nato con gas esilarante insieme all’amico Tommaso (Ninni Bruschetta), e che si lamenta di dover sprecare il proprio tempo dallo psichiatra mentre si sta giocando la partita a scacchi che definirà le sorti del mondo. Alessandra Borgia è Elena, il trait d’union della famiglia, il pilastro su cui si regge la casa, forse il personaggio più complesso, l’unico che nasconde segreti. Un film che sembra accennare, senza voler approfondire, che espone senza spiegare: nei 91 minuti in cui si svolge il racconto ci sono tanti spunti di riflessione, si esce dalla sala con un sorriso intriso di malinconia, ma anche con la consapevolezza che, per riuscire a vivere da svegli i propri sogni, occorre sempre avere un pizzico di follia.