Marco Palmieri, una vita tra la penna e la toga. Quando la passione affianca il lavoro

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in foto Marco Palmieri

di Nico Dente Gattola

Avvocato penalista da più di 20 anni, napoletano, Marco Palmieri è una personalità poliedrica e aperta al mondo, come ci dimostra il suo impegno come scrittore che si affianca alla professione forense.
In realtà si tratta di due mondi che nell’autore coesistono perfettamente e che come si vedrà, traggono l’uno dall’altra ispirazione: difficile non essere d’accordo con lo scrittore Marco Palmieri quando dice che l’avvocato Marco Palmieri gli è stato di aiuto nello scrivere.
L’autore non ha abbandonato la propria attività professionale ma, giunto ad un certo punto del proprio percorso, ha avvertito l’esigenza di dare spazio anche ai propri sentimenti e ai propri sogni attraverso la scrittura.
A tutti può capitare di scrivere un libro, certo, ma se si arriva al terzo è indice di qualcosa in più di un semplice episodio, una vera passione che diventa lavoro e che in ogni caso dimostra come sotto la toga di un avvocato possa celarsi anche altro, qualcosa che per tanti motivi non va smarrito, ma a cui si deve dare voce.
Avventura letteraria cominciata nel 2019 con “Il tempo e la virtù”, proseguita poi nel 2020 con “La casa occidentale” e arricchitasi quest’anno con “Zapaden Park”, titoli tutti acquistabili online su Amazon, libri tra loro differenti e che rappresentano un viaggio nei sentimenti dell’autore: andiamo a conoscerlo.

Hai alle spalle tre libri: esiste un filo che li unisce? O sono “figli unici”?
Sono tutti e tre miei figli, ovviamente, e come fratelli si assomigliano, ma ciascuno ha il proprio carattere, il proprio colore degli occhi, il proprio modo di parlare e ragionare. Diciamo che ciascuno nasce in un diverso periodo della mia vita e in fondo lo rispecchia.

Sono tre libri che scandagliano il tuo animo, ognuno per un aspetto o sbaglio?
“Il tempo e la virtù” è quello che ho sempre definito un romanzo filosofico, o filosofia in forma di romanzo. Il tempo non esiste, ma regola ogni aspetto della nostra esistenza. Per questo mi ha da sempre affascinato fin quasi all’ossessione. E con un artificio surrealistico ho provato a mettere un uomo, cresciuto nella cultura patristica, di fronte ai cambiamenti del tempo e del pensiero umano nel tempo, e ho, diciamo così, studiato le sue capacità di adattamento, fin dove ciò gli è risultato possibile.
“La cosa occidentale” è un testo sperimentale. Ogni capitolo ha uno stile diverso. Si racconta Napoli a cavallo tra la fine del ‘900 e l’inizio del nuovo millennio seguendo le vicende di diversi personaggi, fino ad arrivare ad un finale corale che mi è particolarmente caro. E’ un libro carico di rabbia, ma è sicuramente il più intimo e personale dei tre.
“Zapaden Park” è un classico noir, una spy-story ambientata in Bulgaria, paese che conosco molto bene visto che mia moglie è bulgara. Anche qui il tempo è in un certo qual modo protagonista. Affronto il tema della rimozione della memoria. La caduta di una dittatura porta con sé sempre la necessità di rimuovere e di ricominciare, fingendo magari di non ricordare che il tuo vicino di casa era un informatore del regime.

Da dove sei partito? Qual è stata la scintilla che ti ha fatto avviare la penna ogni volta?
Più che di scintille parlerei di suggestioni. E’ strano, ma basta un’immagine, un verso, una canzone, una sensazione, a volte, a far partire la penna. E da lì si costruisce un mondo. Questa è la magia della scrittura.

Dove credi ti possa portare in futuro la tua passione?
Certo, l’ambizione di ogni scrittore è quella di essere letto e apprezzato da un numero sempre maggiore di lettori. Però, posso confessarti che, quando scrivo, non penso al pubblico. Scrivo innanzitutto per me stesso.
Ti posso anche anticipare che l’ultimo mio lavoro è un’opera teatrale, al momento ancora inedita. Sì, il teatro sarebbe uno sbocco davvero molto interessante.

Dai più sfogo alla realtà o alle tue fantasie?
Vuoi la sincerità? Penso che ogni scrittore parta dal proprio vissuto quando scrive. Per questo, ogni libro è in un certo qual modo autobiografico. Però poi si mette al lavoro la fantasia, che fa prendere il volo a episodi anche banali della realtà quotidiana e li rende materia da romanzo.

La scrittura è un rifugio o un osservatorio privilegiato sulla vita?
Entrambi. Potrei dirti che è un rifugio da cui godere di una visione più limpida sulla realtà circostante. Scrivendo, ho imparato a conoscere meglio le persone, perché uno scrittore deve innanzitutto saper cogliere i caratteri e i sentimenti dalle piccole cose, dai gesti, dagli sguardi.

Scrivere aiuta a tirare fuori di noi stessi cosa?
Scrivere aiuta a tirar fuori se stessi, innanzitutto. E ad acquisire una maggiore comprensione del mondo che ci circonda. Non è mai facile, almeno per me. Invidio gli scrittori prolifici, quelli che buttano giù pagine dopo pagine. Per me invece ogni rigo è frutto di uno sforzo enorme: l’arte sarebbe non darlo a vedere.

Da dove nasce la tua passione?
Ho amato scrivere fin da bambino. Quando mi voleva impegnare, mia madre mi dava carta e penna ed era fatta. Il mio primo libro, una storia d’avventura con protagonisti i miei pupazzi di peluche, certo a rileggerla ora un po’ strampalata, l’ho scritto che avevo sette anni. Da allora, ho creato fumetti, racconti e romanzi, ma potrei dire di non aver mai smesso.

Ti senti più scrittore o avvocato?
La professione di avvocato aiuta. Soprattutto nel settore penale, che è quello che tratto. Perché ti fornisce personaggi e vicende umane da cui trarre ispirazione.

Pensi che la scrittura possa diventare un vero e proprio lavoro?
Sarebbe bello, ma al momento non credo ve ne siano le condizioni.

Dove pensi ti stia portando il tuo percorso di scrittore?
La gente ora mi riconosce come avvocato e come scrittore. E mi giungono parole di stima e apprezzamenti, anche da persone che non mi conoscono. Per un bambino che sognava di creare e raccontare storie penso che essere arrivato fino a questo punto sia già un bel risultato e una grande soddisfazione.