Trasparenza retributiva e governance aziendale: la Direttiva Ue 2023/970 cambia le regole del gioco

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di Giuseppe Fontanarosa*

La Direttiva (UE) 2023/970 sulla trasparenza retributiva, entrata in  vigore il 6 giugno 2023 e da recepire negli ordinamenti nazionali entro il  7 giugno 2026, segna un passaggio di particolare rilievo nell’evoluzione  del diritto del lavoro europeo. Non si tratta di un semplice rafforzamento  degli strumenti antidiscriminatori esistenti, ma di un vero cambio di  paradigma regolatorio, destinato a incidere profondamente  sull’organizzazione dei sistemi retributivi e sui modelli di governance  delle imprese. 

Il legislatore europeo prende atto di un dato ormai consolidato: il gender  pay gap resiste nonostante un impianto normativo formalmente  avanzato. Le ragioni sono strutturali e ben note agli operatori del diritto e  alle imprese: opacità salariale, assenza di criteri codificati di valutazione  del lavoro, eccessiva discrezionalità manageriale, difficoltà probatorie in  capo al lavoratore. 

La Direttiva risponde a queste criticità spostando l’asse della tutela dalla  repressione ex post alla prevenzione ex ante, intervenendo direttamente  sui processi decisionali aziendali. 

Il principio della parità retributiva per uno stesso lavoro o per un lavoro  di pari valore è da decenni un pilastro del diritto europeo e  dell’ordinamento italiano. Tuttavia, la sua applicazione concreta è  rimasta in larga parte affidata al contenzioso. La Direttiva 2023/970  rompe questo schema: la trasparenza diventa un obbligo strutturale per  il datore di lavoro. 

Uno degli aspetti di maggiore impatto riguarda la definizione di  retribuzione, che la Direttiva intende in senso onnicomprensivo,  includendo salario base, premi, bonus, benefit in natura, indennità e  ogni altro vantaggio economicamente valutabile. 

Dirompente per la prassi italiana è l’obbligo di indicare la retribuzione o  una fascia retributiva già in fase di selezione, unitamente al divieto di  richiedere informazioni sul salario pregresso del candidato. La  retribuzione dovrà essere ancorata al valore del ruolo, non alla forza  contrattuale individuale.

La Direttiva riconosce ai lavoratori un vero e proprio diritto soggettivo  all’informazione salariale. Questo diritto prescinde dall’esistenza di un  sospetto di discriminazione e impone alle aziende di dotarsi di criteri di  classificazione e progressione economica oggettivi, neutri e documentati. 

Per le imprese con almeno 100 dipendenti, gli obblighi di reporting  vengono rafforzati e resi funzionali a un meccanismo correttivo. In  presenza di un divario retributivo superiore al 5% non giustificato,  scatterà l’obbligo di una valutazione congiunta delle retribuzioni con le  rappresentanze dei lavoratori. 

Sul piano processuale, la Direttiva rafforza in modo significativo  l’inversione dell’onere della prova e introduce un sistema sanzionatorio  effettivo, proporzionato e dissuasivo, fino all’esclusione dagli appalti  pubblici. 

Il recepimento della Direttiva rappresenta per l’Italia un’occasione per  modernizzare i sistemi retributivi e superare un modello difensivo,  costruendo un mercato del lavoro più trasparente, razionale e coerente  con i principi costituzionali ed europei.

*Studio legale Fbc (www.fbcavvocati.it)