Tre domande ad un artista, fotografo, scultore e grafico: Fabio Ricciardiello

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in foto un ritratto di Fabio Ricciardiello

Ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

di Azzurra Immediato

Il periodo storico che abbiamo, in parte, attraversato e che stiamo vivendo, privi di una vera data di fine e di rinascita sulla quale poter contare, ha segnato una pausa di riflessione molto ampia e profonda, dai risvolti non semplici, dai tourbillons le cui spire lasciano senza libertà oppure dalle quali ci si svincola con inusitata maestria od inattesa prontezza interiore. L’arte, in particolare, sta affrontando questo irto percorso – non ben compreso dalle istituzioni – mediante una complessità di risposte, che giungono da gruppi o da singoli artisti, costretti, giocoforza, a rivedere quelle che, fino a pochi mesi fa, apparivano come ‘certezze’. Per molti di essi la ricerca ha mutato repentinamente direzione, per altri, invece, la poetica sta subendo un rafforzamento impensato; altri ancora hanno scelto questo momento storico per parlare tramite la propria arte, esponendosi secondo i nuovi modi di fruizione, essenzialmente sul web, al contrario di chi, invece, ha scelto di ritirarsi a pensare e creare, in totale solitudine, lontano dal clamore della nuova realtà virtuale. Abbiamo scelto di chiedere a Fabio Ricciardiello cosa è accaduto ad un artista eclettico come lui, ‘nato’ scultore nella sua Napoli, divenuto poi grafico e designer e fotografo nella Milano che lo ha adottato da venti anni e tornato, adesso, a riscoprire le ambiziose velleità della ceramica. Ricciardiello è un artista piuttosto avvezzo alla medialità della comunicazione – molti i suoi progetti che prevedono la fruizione digitale sul suo sito ma anche sui suoi canali Instagram e Facebook – eppure, la sua vena partenopea emerge in tutta la sua forza allorquando decide di portare la sua arte nello spazio reale, che sia rapporto tramite la fotografia o l’abitazione del vero attraverso la scultura e il disegno.

Che cos’è, per te, la fotografia e, in generale, l’arte?
La fotografia, la scultura, l’illustrazione sono i volumi del mio dizionario. Quando da ragazzino ebbi la lucidità di capire il peso di quei volumi, non potei fare a meno di rivedermi descritto nella poesia Benedizione di Charles Baudelaire, sentivo rivolti alla mia persona gli insulti blasfemi della madre che aveva messo al mondo un poeta. Accettare “il peso” di essere un artista è pari a un coming out, nel momento in cui dichiari al mondo quello che realmente sei, ti senti un illuminato. In questo momento storico, ancora di più benedico la fortuna di poter accedere a diversi mezzi espressivi. Nel mio laboratorio/studio che è poco più di 25mq, in questo momento c’è una parete adibita a set fotografico per un progetto nato in questi giorni, un angolo dove sto portando avanti delle sculture in gesso, una scrivania con dei fogli di cartapaglia per delle illustrazioni e nella parte magazzino, ci sono quattro pezzi in argilla che stanno asciugando, in attesa di poter essere cotti. Atti diversi che parlano una sola lingua dove il mio corpo si muove come in un negozio di cristalli. Per me, la fotografia e l’arte in generale dovrebbero parlare dell’eterno, senza subire la fascinazione del momento che è come un profumo che cambia da stanza a stanza. L’artista deve assolutamente essere nel tempo in cui si trova è un suo dovere ma, descriverlo pedissequamente è come ritrarre qualcosa che è passato. Ho sempre capito la validità di un mio lavoro quando, riguardandolo dopo anni, l’ho trovato attuale.

I fotografi cosa si aspettano dai mediatori culturali, dai galleristi, critici, curatori e giornalisti?
Sai Azzurra, a questa domanda mi verrebbe da risponderti con la medesima. Cosa si aspettano tutte queste figure professionali da noi artisti? Oltretutto mi poni questa domanda in un momento storico inedito per tutti noi, considerando che l’ultima pandemia mondiale c’è stata nel 1918. Prima che accadesse tutto questo stavo lavorando al mio portfolio, avevo fatto una lista di gallerie e persone da contattare e mi stavo accingendo a prendere appuntamenti. Il lockdown è un’opportunità per tutti per riconsiderare un sistema gigante, ed io l’ho colto come tale. Mi sta permettendo di valutare tutta una serie di possibilità su una base umana e credo stia venendo finalmente a galla la professionalità di alcuni che ha innescato una sorta di selezione naturale. Prima della quarantena ero disposto a sottostare ad una serie di meccanismi pur tutelando la mia poetica e integrità. Quello che mi aspetto oggi è una riconsiderazione, un nuovo rinascimento nel momento in cui, ritornati alla normalità ci accorgeremo che comunque qualcosa è cambiato e che una serie di meccanismi vanno decisamente scardinati per dare maggiore respiro ai contenuti più che alla sterilità estetica.

Il 2020 ha portato enormi stravolgimenti nel sistema della fotografia e dell’arte, travolto dalla furia del Covid 19, seppur con approcci ben differenti. Come è cambiato per te, rispetto ai tuoi progetti?Come hairisposto a questa ‘nuova realtà’?
Mi rivedo alla mezzanotte del 31 gennaio 2019, quando ho stappato quella bottiglia di champagne e ho avvertito, mettendo un piede nel 2020 che sarebbe stato un anno potente. Amo i numeri doppi e in numerologia il 40 (20+20) rappresenta la lentezza del cambiamento. Il 17 maggio avrei dovuto inaugurare una personale presso Villa Clerici a Milano, ci stavo lavorando da mesi. Avrei dovuto portare a Milano, la città dove vivo da quasi vent’anni, il progetto Life Vest Under Your Seat che avevo sviluppato l’anno scorso in una residenza d’artista di un mese a Faenza e che è poi diventato una mostra tenutasi sempre a Faenza. Era un evento molto importante per me perché, finalmente, mostravo alla mia città d’adozione una veste inedita. Stavo lavorando ad un pezzo nuovo proprio per l’evento meneghino con l’obbiettivo di portare, nel 2021, la mostra nella mia città natale. Napoli. La mostra slitterà a settembre (pandemia permettendo) e probabilmente cadrà ad un anno esatto dall’inaugurazione della mostra di Faenza. Nel mentre nascono progetti nuovi. Uno di questi, intitolato “dove tu non sei” legato alla fotografia, l’ho pubblicato sul mio sito il 10 aprile e ha visto la collaborazione a distanza di professionisti che avrei dovuto incontrare nel mese di marzo. Si è dato poi nuovo respiro a un progetto che era nato proprio per il 2020, che è il calendario per lo Studio Jaumann di Milano. Attraverso una newsletter mensile, lo studio ha reso digitale un supporto fisico come il calendario che, con la pandemia è rimasto sulle scrivanie vuote degli uffici. E poi tanti appunti che aspettano un tempo nuovo per essere rivisti in modo da capire se, in una stanza nuova e con un profumo differente, conservano la stessa forza per essere tradotti in un progetto nuovo.

La riflessione aperta da Fabio Ricciardiello è uno spaccato sul reale degno d’esser letto alla luce di un presente inimmaginato e di un futuro, che, appare oramai ovvio, è già cambiato. Il processo posto in atto dall’emergenza Covid-19 ha trasformato la visione di ciò che eravamo, ciò che siamo e ci lascia intravvedere ciò che saremo. L’arte, come sempre, giunge in soccorso, processo in grado di rendersi progettualità, ovvero spinta aggettante verso il ‘poi’, a seguito della nascita di un’idea. Ciononostante, proprio come suggerito da Ricciardiello, ora più che mai è tempo di porsi obiettivi, perché essi non restino fermi ad attendere che gli eventi ci sovrastino, è necessario ripensare i modelli e gli archetipi cui eravamo abituati, così da poter accogliere i cambiamenti e le trasformazioni con l’energia necessaria, atta ad affrontare il futuro prossimo; il nostro oggi è come un bozzetto grafico, come una ceramica cruda, come un negativo fotografico e Fabio Ricciardiello, in questi prodromi, ci suggerirebbe di rintracciare ciò che sarà.

Cover del progetto “dove tu non sei”
“Corona Fiorita”, ceramica, Museo Diocesano, Faenza
Illustrazione dalla serie “Cose dall’altro mondo”

Credits © Fabio Ricciardiello courtesy