Tre domande ad Alessandro Luppi, titolare della Labs Gallery di Bologna

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in foto Alessandro Luppi con il gallerista londinese Richard Saltoun in visita alla Labs Gallery durante ArteFiera 2020

L’Occhio di Leone, ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

di Azzurra Immediato

La Fase 3 è iniziata, le gallerie hanno ripreso la propria attività, anche reinventando il proprio concept, ripensando la relazione con gli artisti, con il pubblico e con le opere d’arte. In che maniera, d’ora innanzi, una galleria potrà rispondere alle mutate esigenze? In che modo si potrà definire nuovamente l’uso degli spazi abitati dall’arte che, sino a pochi mesi fa erano brulicanti luoghi in cui dialogare de visu attraverso l’arte, poi, di colpo, si sono mutati in scrigni chiusi e vuoti. Oggi, finalmente, ritrovano il loro pubblico, i propri artisti e definiscono la sperimentazione di inusitate fruizioni, costruzione di nuovi rapporti. Per L’Occhio di Leone ho scelto di incontrare e parlare con Alessandro Luppi, gallerista emiliano romagnolo, titolare della Labs Gallery, sorprendente luogo celato da un antico portone ligneo, all’ombra di uno storico portico del centro di Bologna, oltre cui si scopre l’importanza della sperimentazione e della ricerca di una galleria. Scopriamone di più, nell’intervista che segue.

Che cos’è l’arte per un gallerista e come è nata la Labs Gallery?
L’arte è una DIMENSIONE che non ha recinti e, per quanto la mancanza di confini possa fare paura a volte, riferita all’arte invece è una grande opportunità di vita e di profondo respiro che il gallerista deve percepire dentro di sé e metterla in ogni cosa o progetto che egli compone. Il gallerista è una sorta di raffinato e colto cantastorie capace di intrattenere gli astanti con la sua capacità di raccontare quello che ha in mente e che insieme all’incontro con il cervello e le mani dell’artista da vita a ciò che siamo abituati a definire ‘mostra’ all’interno del contenitore temporaneo Galleria. Amo paragonare la mostra ad una rappresentazione teatrale, e la galleria ad un teatro, con attori, regista, curatore e tutti coloro che lavorano dietro le quinte, che allineando idee ed energie mettono sul palcoscenico i pensieri di mesi o anni prima. Il risultato più importante è quello che così come nel teatro ciò che proponi sia convincente, e non alludo all’aspetto commerciale inteso come vendite riuscite, ma nel vedere che il fruitore dopo averlo osservato è entrato nel progetto apprezzandone i contenuti estetici, il legame con la realtà attuale nel caso di linguaggi contemporanei piuttosto che saper collocare nel tempo la visione di lavori di epoche passate, capire che il fruitore ha colto il dialogo tra la diversità dei modi di esprimersi nel caso di un confronto di più artisti e non senta un rapporto asimmetrico nel percepire questo dialogo, oppure sentirsi arrivare il lavoro proposto da un singolo artista, magari non per forza capire bene il perché ti arriva, ma sussultare. Questo non sempre riesce, è una cosa sempre molto difficile da realizzare e non avviene a mio avviso perché ci hai messo poco impegno, secondo me avviene quando non sei riuscito a trovare la chiave che è indispensabile a tradurre in azioni ciò che in quel preciso momento della tua vita di gallerista hai dentro quello spazio mentale che è l’arte.
Come è nata Labs Gallery: probabilmente è la storia di altri galleristi, a volte. L’apertura della galleria risale al 2014 e arriva dopo anni di frequentazione del mondo dell’arte, alludo quindi a mostre e fiere, musei e tante altre occasioni pubbliche e private di frequentazioni dell’arte in cui inizio una fase di collezionismo, piccolo, la scelta ricadeva su cose più facili inizialmente e poco costose, ricordo il primo acquisto più corposo che feci lo pagai a rate, il periodo storico che mi affascinava erano gli anni ’60 e ’70 e gli artisti che lavoravano in qual momento. Allo stesso tempo acquistavo compulsivamente cataloghi di mostre e li leggevo, volevo capire ma più che altro volevo riempirmi di arte e artisti da conoscere. Il movimento Optical Art era il mio amore incondizionato, e quell’amore per l’arte e per le emozioni che mi dava ha creato le condizioni affinché ad un certo punto ho desiderato di poter proporre i miei personali pensieri d’arte, così l’inaugurazione con “Pittura analitica in Italia – Gli anni 70” a cura di Marco Meneguzzo, fu un successo e accese i riflettori su un movimento artistico di quel periodo che include artisti davvero bravi. Da quel momento non ho mai smesso di proporre il mio pensiero, sicuramente modificato perché ho avuto modo di capire meglio quello che mi piace e quello che invece mi affascina ma non è ciò che voglio porre sul palcoscenico della mia galleria.

Come nasce e cresce un rapporto tra la tua galleria e gli artisti, quale è il tuo rapporto con loro? Cosa consiglieresti ad un artista per entrare in contatto con una galleria e con la Labs Gallery?
Nasce da più cose, la prima è l’aspetto empatico che si crea tra il gallerista e l’artista, essi si debbono incontrare su un livello emozionale come individui, ma questo non può prescindere dal fatto che al gallerista debba piacere il linguaggio di quell’artista, è quella la prima fase che crea l’incontro tra i due. A volte sono altre le caratteristiche che creano sodalizi di lavoro tra galleristi e artisti, ma credo che tutto faccia parte del gioco e tutto sia utile nella riuscita della collaborazione.
Personalmente mi piacciono gli artisti che mi trasmettono la sensazione che essi pensano da artista, che vivono da artista inteso come primaria motivazione di vita, amo gli artisti che fanno di tutto per farmi capire i loro messaggi laddove io non arrivo. Il mio rapporto con loro è di rispetto innanzitutto, guardo a loro come persone che creano qualcosa che rimarrà nel tempo essendo soggetti al giudizio di tanti per tantissimo tempo, quindi riconosco loro un grande coraggio, ecco perché cerco sempre di avvicinarmi a degli artisti che vivono e pensando artista. Mi piace avere con loro un rapporto anche di amicizia, serve a conoscersi, serve a darsi degli stimoli reciproci, insomma non penso ad un rapporto puramente o solamente professionale per la riuscita dei progetti con gli artisti.
Consigli da dare agli artisti, domanda molto difficile perché ognuno di loro esprime non solo un linguaggio artistico ma esprime anche la propria personalità per cui diventa rischioso. Sicuramente vorrei dire loro di presentarsi alle gallerie, con discrezione ed organizzazione del loro lavoro quando lo mostrano.

Il 2020 ha portato enormi stravolgimenti nel sistema dell’arte: iniziato con ArteFiera Bologna è stato poi travolto dalla furia del Covid 19. Come è cambiato e come cambieranno gli scenari per le gallerie e l’arte in generale ed in che modo Labs Gallery, a pochi giorni dalla riapertura, risponde a questa ‘nuova realtà’? Progetti per il futuro?

La pandemia non so se cambierà gli scenari per le gallerie, sicuramente in questi mesi gli ha complicato le cose, su molti fronti. Ma ho visto tanta bella reazione da parte delle gallerie, mostre virtuali, utilizzo dei socia come non mai, room virtuali, dirette Instagram coinvolgendo artisti, collezionisti e curatori nonché giornalisti, insomma le gallerie hanno fatto sentire la loro voglia di continuare la loro presenza e di tenersi in contatto con i loro collezionisti e seguaci. Il mio pensiero è che per quanto io riconosca il valore e la potenza dei social e del virtuale, non credo che potrà sostituire in toto o in gran parte la relazione con i fruitori, alludo sopratutto ai collezionisti. Le viewing room proposte dalle gallerie e da importanti organizzazioni fieristiche sono state una grossa, bella, utile e divertente novità, ma non credo possa in futuro sostituirsi al vernissage, alla visita in galleria per vedere la mostra, al confronto critico con il gallerista, per incontrare l’artista e, non ultimo, per acquisire un’opera e quindi trovare l’accordo. Per capirci, il mio pensiero è di dare sempre più motivi ai collezionisti per venire in galleria, che da sempre è stato il luogo principale dove si fa cultura o semplicemente è luogo di incontro per parlare d’arte.
L’arte e la guerra sono le due istanze che esistono da quando esiste l’uomo, chi ha passione per l’arte o colleziona ha bisogno di un luogo dove esprimere questa passione, restituirei alle gallerie questo ruolo, che negli ultimi anni è venuto a mancare, e mi darei un suggerimento come gallerista cioè di proporre sempre progetti con dei contenuti solidi, progetti curatoriali e quando si può fare ricerca proponendo soluzioni apparentemente difficili e dure.
L’unica preoccupazione la esprimo sulla possibilità di svolgimento delle fiere, il Covid ha limitato la possibilità di aggregarsi in spazi chiusi fino ad oggi, speriamo che andare in avanti questa possibilità migliori ma sicuramente nelle nostre abitudini rimarrà un po’ di paura degli spazi chiusi, e le fiere rimangono un punto importantissimo di incontro tra galleristi collezionisti addetti ai lavori, curatori e giornalisti, nonché punto dove il collezionista può ammirare il tuo nuovo progetto e magari darti fiducia con un acquisto, quindi io mi impegnerei al massimo per escogitare soluzioni che permettano la ripresa dello svolgimento delle fiere a partire da dopo la stagione estiva.
Labs Gallery dopo la forzata chiusura riapre proponendo una esibizione di lavori su carta di vari artisti italiani e stranieri, sia artisti trattati dalla galleria che non. Un progetto di galleria che si potrà ammirare sia in sede che sui social della galleria stessa, questo progetto rimarrà per tutta l’estate. Alla ripresa dopo l’estate la programmazione prevede una mostra personale di Giulia Marchi artista classe 1976 a me piace definirla un’artista intellettuale, il suo lavoro è fortemente connotato dai suoi studi letterari, utilizza varie modalità di lavoro dalla scultura alla fotografia e la sue opere alla vista hanno una forte comunicatività. A volte Giulia risulta difficile da decifrare a primo impatto, ma secondo me i suoi richiami alla letteratura ed alla storia fanno si che dopo un po’ ti rendi conto che ciò che vedi è qualcosa che ha un significato preciso. Per la realizzazione del progetto ho chiesto la curatela di Angela Madesani importante storica dell’arte italiana, spero proprio che questa mostra possa battere il Covid. (sorrido)

Seguendo il flusso di pensiero di Alessandro Luppi, si percepisce quanto essere un gallerista – e non “fare il” – sia, senza dubbio, una professione portata avanti dalla passione, filiazione di una spinta curiosa verso la gemmazione di un’idea, verso universi ancora inesplorati. Un gallerista, molto spesso, è come un rabdomante, un esploratore, in grado di cogliere, miracolosamente, una visione d’artista, un’opera, capace di raccontare la storia dell’uomo attraverso un linguaggio altro, spesso incomprensibile ai più ma, non per questo, destinato a perdersi nell’oblio dell’ignoto. Ecco, dunque, che quel sorriso che Alessandro Luppi accenna – e chi lo conosce saprebbe distinguerlo – insegue il suo approccio all’arte, uno sguardo privilegiato che riconosce ed interseca con la visione di un artista una trama sempre nuova, una tessitura che fonde il passato con il presente in tensione verso un futuro che ha ancora molto da raccontare.

in foto Partiture Illeggibili, dettaglio delle opere presenti in galleria della mostra a cura di Angela Madesani, in corso presso la Labs Gallery
in foto artiture Illeggibili, dettaglio delle opere presentate ad ArteFiera Bologna 2020 della mostra a cura di Angela Madesani