Tribunale delle acque pubbliche, un modello italiano da esportare: parla il consigliere Giuliano Tartaglione

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di Fiorella Franchini

“Se vi è una magia su questo pianeta, è contenuta nell’acqua” ha scritto l’antropologo e filosofo statunitense Loren Eiseley. Non c’è elemento del nostro pianeta più simbolico e ricco di significati ancestrali e, allo stesso tempo, così legato a interessi economici e politici. Gli insediamenti umani più importanti hanno tutti sfruttato la vicinanza a un fiume, al mare, a una fonte, assicurandosi benessere fisico e sociale. Un bene prezioso e conteso il cui possesso e la cui gestione ha sempre generato conflitti. E’ naturale, dunque, che le norme giuridiche, nate per disciplinare la vita organizzata, abbiano regolamentato l’uso e i dissidi legati all’acqua. Un intreccio di notevoli interessi, privati e pubblici, di situazioni conflittuali di non facile composizione che hanno prodotto un corpus normativo molto complesso e la necessità di un sistema giurisdizionale in grado di risolvere questioni spesso assai complicate sotto il profilo tecnico. Occorreva un organo specializzato, chiamato a risolvere le sole questioni in materia di acque e con l’art 34 del d.lgt. 20 novembre 1916 n. 1644, in Italia s’istituiva un «Tribunale delle acque pubbliche» che cumulava le due giurisdizioni, civile e amministrativa, ed esercitava la propria cognizione in un solo grado di giudizio. Il decreto luogotenenziale venne modificato con il d.lgt. del 1919 poi trasfuso in un testo unico del 1933, che rimane a tutt’oggi il testo base in materia. Nascevano, dunque, otto Tribunali regionali delle Acque Pubbliche con sede presso le Corti d’Appello di Torino, Milano, Venezia, Firenze, Roma, Napoli, Palermo e Cagliari e un organo di appello ubicato nella capitale. Per celebrare il Centenario della Giurisdizione del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche, il 19 settembre si terrà al Palazzo di Giustizia di Roma un convegno di studi sul tema dell’acqua, come diritto umano, risorsa economica e fattore geopolitico al quale interverranno, per fare il punto sulla situazione normativa e sulle implicazioni collettive, magistrati e professori, tra i quali il consigliere del Trap di Napoli, Giuliano Tartaglione.

Dottor Tartaglione, quando si parla di acque pubbliche si pensa alla mercificazione e alla privatizzazione della gestione di questo bene primario ma di cosa si occupano concretamente i tribunali delle Acque pubbliche?
Hanno competenza esclusiva su determinate controversie in materia di demanialità delle acque, di limiti dei corsi d’acqua e dei loro alvei, di utilizzazioni di acqua pubblica, di espropriazione per pubblica utilità derivante dall’esecuzione di opere idrauliche e di risarcimento dei danni dipendenti da opere idrauliche eseguite dalla Pubblica amministrazione. Si tratta di controversie molto diverse tra loro, che inevitabilmente involgono questioni – anche – di diritto amministrativo e che sono accomunate unicamente dall’interessenza con il bene ‘acqua pubblica’.

In cosa si differenziano dal tribunale ordinario?
E’ composto non solo da magistrati ma anche da tre esperti, ovvero da 3 ingegneri iscritti nel relativo albo e nominati con Decreto del Ministero della Giustizia. Inoltre il rito ha regole e scansioni temporali completamente diverse dal rito ordinario disciplinato dal codice di procedura civile.

Sono ancora attuali le norme giuridiche risalenti al 1933?
In molti affermano che al giorno d’oggi non sia più necessario un giudice specializzato. Da decenni vengono presentate proposte di legge finalizzate all’abolizione dei Tribunali delle Acque. A mio modesto avviso la riforma è necessaria e ormai improcrastinabile è quella relativa alle regole del processo davanti al Trap, oggi troppo anacronistico, alcune norme sono oggi desuete (per non dire inutili) ed andrebbero rimodellate alla luce anche del rispetto dei principi imposti dall’appartenenza dell’Italia a organismi sovranazionali.

Il convegno rappresenta un momento di valutazione sul ruolo giuridico dei Tribunali delle Acque Pubbliche ma anche una riflessione attualissima sulla gestione del ciclo delle acque, dagli aspetti prettamente giuridici a quelli che ne valutano l’importanza ambientale, come investimento infrastrutturale, come bene irrinunciabile, essenziale per la vita sulla terra che va condiviso dall’umanità. Infatti, con una risoluzione del 28 luglio 2010, l’Onu ha dichiarato il diritto all’acqua “un diritto umano universale e fondamentale”, eppure oltre un miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile. D’altra parte, sono sotto i nostri occhi, le conseguenze sul ciclo idrologico causate dai mutamenti climatici e dall’azione dell’uomo. Evaporazione, precipitazioni, ruscellamenti e infiltrazioni, l’acqua si muove, parte e ritorna nel mare dove il ciclo termina…e ricomincia. La cronaca degli ultimi anni mostra le situazioni estreme, siccità e inondazioni, l’incuria e gli abusi. Esemplare il caso del lago di Bracciano, il cui ecosistema è stato fortemente compromesso dalle scarse precipitazioni e dalle captazioni d’acqua illegali e da quelle regolari ma eccessive di Acea.

Ci sono casi specifici e particolari trattati dal Trap di Napoli?
La gran parte del contenzioso pendente presso il TrapP di Napoli (che ha una competenza territoriale vastissima, comprendente praticamente tutte le Regioni del Sud del paese, ad eccezione della Sicilia) ha ad oggetto le pretese risarcitorie di coltivatori che hanno visto i loro terreni e immobili allagati o, comunque, danneggiati dalle esondazioni dei fiumi per effetto di precipitazioni atmosferiche. Gli episodi esondativi sono numerosi e frequenti; in Campania la situazione di determinati fiumi (penso al Sarno e al Solofrana) è talmente grave che l’eco di alcuni episodi ha varcato i confini regionali. In aumento le controversie provenienti dai territori calabresi dove s’intensificano fenomeni come le cosiddette “bombe d’acqua”, che compromettono alvei e dighe.

In relazione ai corsi d’acqua, i Trap possono incidere sulla loro tutela per combattere regimazione e cementificazione, nel rispetto dei valori naturalistici e paesaggistici?
Sotto questo profilo i Tribunali delle Acque possono fare ben poco; la tutela delle acque e la manutenzione degli argini dei corsi d’acqua spettano alle Regioni e agli enti territoriali, che agiscono, per lo più, sulla base di scelte discrezionali quasi sempre insindacabili dal giudice ordinario; gli spazi, per i Trap, per una condanna delle P.A. all’esecuzione di opere concernenti la sistemazione e la regimentazione degli argini dei fiumi sono, quindi, molto ristretti. Sicuramente una risposta celere alla domanda di giustizia, ovvero la definizione in tempi rapidi dei giudizi risarcitori promossi dai cittadini danneggiati dalle esondazioni, può funzionare da stimolo per gli enti competenti affinché eseguano le opere di manutenzione necessarie per impedire che si verifichino ulteriori esondazioni.

Il confronto sul tema ha un ampio respiro, chiama in causa la nostra idea di sostenibilità, di giustizia sociale, ci costringe a considerare in maniera complessa la parola economia, allargandola alle dimensioni dell’ecologia, alle questioni finanziarie, contabili e politiche. Promuovere una discussione sul ruolo del Trap appare, nelle intenzioni degli organizzatori del convegno, un’occasione per mettere a fuoco questioni di grande attualità: “Non essendo molto diffusa la conoscenza delle funzioni e della giurisprudenza elaborata in tale settore, è facile sottovalutare la giurisdizione delle acque… L’idea è di estendere l’orizzonte della riflessione…” L’obiettivo è dunque, quello di promuovere “una condizione del fare”, sensibilizzando a un intervento corretto sulle risorse idriche che ne garantisca la qualità e riconosca nell’uso dell’acqua un fattore che interviene sugli effetti dei cambiamenti climatici, rimuovendo immobilismi e inefficienze e, allo stesso tempo, non sottovalutati le emergenze o le necessità, candidando un organo giurisdizionale quale il Trap “come una best practice nazionale da replicare anche a livello internazionale”. L’augurio è che al dibattito seguano azioni concrete e celeri, capaci di dare risposte e soluzioni ai cittadini. “L’acqua – ripeteva Nelson Mandela – è democrazia”.