Troppi medici o pochi specialisti? Il vero nodo della sanità italiana

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Antonio Marsiglia, Adriano J. Spagnuolo Vigorita, giurista e saggista abilitato all’avvocatura, e Riccardo Vizzino, avvocato cassazionista e responsabile nazionale di Civicrazia contro le truffe, firmano un’analisi che riapre il dossier sulla sanità italiana partendo da un punto fermo: il Servizio sanitario deve proteggere ogni persona in condizione di fragilità, garantendo assistenza senza interruzioni.

Negli ultimi mesi il confronto sull’accesso a Medicina si è riacceso tra test contestati, polemiche politiche, ipotesi di sanatorie e correttivi alle graduatorie nazionali. La domanda è sempre la stessa: l’Italia ha davvero bisogno di più medici?

I numeri oltre la narrazione

Secondo i dati Ocse aggiornati al 2025, in Italia risultano oltre 315 mila medici attivi, pari a 5,4 ogni 1.000 abitanti. Un valore superiore alla media Ocse (3,9) e a quella europea (4,1). Anche il numero di laureati in Medicina è in linea, se non superiore, agli standard internazionali. Negli ultimi dieci anni i posti programmati nei corsi di laurea sono cresciuti costantemente, con un incremento superiore al 50% negli ultimi tre anni.

Il problema, quindi, non sembra essere la quantità complessiva di medici formati.

Il nodo della distribuzione

La questione centrale riguarda la distribuzione e l’attrattività delle carriere. Una quota significativa di medici non opera nel Servizio sanitario nazionale, né come dipendente né come convenzionato. Molti scelgono il settore privato, altri emigrano all’estero, altri ancora abbandonano il sistema pubblico.

Nel frattempo il Ssn registra carenze selettive in ambiti fondamentali: medicina d’emergenza-urgenza, medicina generale, anestesia e rianimazione, chirurgia generale, medicina territoriale e alcune discipline di laboratorio.

Il concorso nazionale per le scuole di specializzazione mostra un dato evidente: alcune branche sono sovraffollate e altamente competitive, altre registrano tassi di assegnazione molto bassi. I contratti disponibili non vengono scelti. È una crisi di attrattività, non di produzione numerica.

Il rischio di una nuova pletora

L’aumento massiccio degli accessi a Medicina, presentato come soluzione strutturale, potrebbe produrre effetti opposti nel medio-lungo periodo. I medici che iniziano oggi il percorso entreranno nel mercato del lavoro tra 9 e 11 anni. Nel frattempo la cosiddetta gobba pensionistica, cioè il picco dei pensionamenti, è già in fase di riduzione.

Il rischio è formare un numero di laureati superiore alla capacità di assorbimento del Ssn, replicando una stagione già vissuta: quella della pletora medica, con sottoccupazione e svalutazione professionale.

Permane inoltre uno squilibrio evidente: alcune professioni sanitarie, come l’odontoiatria, risultano in eccesso rispetto alla domanda pubblica, mentre altre specialità restano scoperte.

Condizioni di lavoro e fuga dal pubblico

Aumentare i posti in facoltà non garantisce automaticamente più medici nel Ssn. Se le condizioni di lavoro restano gravose, il carico burocratico elevato, le responsabilità medico-legali crescenti e le retribuzioni meno competitive rispetto al privato o ad altri Paesi europei, la fuoriuscita dal sistema pubblico continuerà.

Medicina generale e alcune specialità cruciali sono percepite come poco attrattive: turni pesanti, alta esposizione al rischio, minore riconoscimento sociale. Investire esclusivamente sull’ampliamento dell’accesso universitario rischia di tradursi in un utilizzo inefficiente di risorse pubbliche.

La proposta FoMeS

Da questa analisi nasce FoMeS – Formazione Medica Strategica per il Riequilibrio Specialistico. L’obiettivo non è formare indiscriminatamente più medici, ma orientare la formazione verso le reali esigenze del Servizio sanitario nazionale.

La proposta si fonda su alcuni punti:

  • individuazione quinquennale delle specialità carenti su base nazionale e regionale;

  • introduzione di contratti formativi con vincolo territoriale per garantire la permanenza nelle aree scoperte;

  • tirocini professionalizzanti obbligatori già nel quinto e sesto anno per orientare gli studenti verso le discipline prioritarie;

  • canali di accesso semplificato alle specializzazioni realmente necessarie al sistema;

  • programmi di riconversione per medici sottoccupati o fuoriusciti da altri percorsi;

  • incentivi non economici per rendere più attrattive le specialità meno scelte.

L’obiettivo dichiarato è riallocare in modo più efficiente le risorse già investite nella formazione, senza aumentare indiscriminatamente la spesa pubblica.

Una questione sistemica

Il dibattito sull’accesso a Medicina è stato spesso dominato da slogan. Il nodo reale è la programmazione sanitaria. Un sistema moderno non può limitarsi a contare quanti medici forma: deve stabilire dove andranno a lavorare, in quali condizioni e con quale impatto sulla tenuta del servizio pubblico.

Senza una strategia mirata il rischio è duplice: carenze persistenti nelle specialità chiave e nuova sovrabbondanza in settori già saturi.

Il punto, concludono gli autori, non è quanti medici ci sono. È dove lavorano, cosa scelgono di fare e perché il sistema pubblico non riesce più a trattenerli.