“Trump chieda scusa agli africani”

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Washington, 13 gen. (AdnKronos/Dpa) – Donald Trump si scusi con tutti gli africani per le parole “spiacevoli” usate nei confronti di Stati come Haiti, El Salvador e delle nazioni africane, definiti “Paesi di m…”. A chiederlo è l’Unione Africana, che ha espresso “shock, sconcerto e indignazione” per le parole pronunciate dal presidente americano. “La missione dell’Unione Africana negli Stati Uniti condanna quei commenti nei termini più forti – si legge in una nota – chiede che siano ritrattati e le scuse non solo agli africani, ma a tutte le persone di origine africana nel mondo”.

L’Ua, che rappresenta 55 Paesi, “crede fortemente che ci sia un’enorme incomprensione del continente africano e del suo popolo da parte dell’attuale amministrazione Trump”. Secondo l’Unione Africana, le parole pronunciate da Trump “disonorano il celebrato credo americano ed il rispetto per la diversità e la dignità umana”. L’Ua sottolinea infine “la seria necessità di un dialogo tra l’amministrazione americana ed i Paesi europei”.

IL CASO ‘PRETTY KOREAN LADY’ – Dopo ‘shithole’, arriva anche la ‘pretty korean lady’. Dopo la bufera per la parola volgare utilizzata per etichettare una serie di paesi, Donald Trump deve fare i conti con le indiscrezioni relative al comportamento tenuto nei confronti di un’analista dell’intelligence di origine asiatica. A rivelare l’episodio è la Nbc, che fa riferimento ad un meeting andato in scena in autunno nello Studio Ovale della Casa Bianca. Di fronte al presidente si è seduta un’analista, specializzata nella gestione di operazioni con ostaggi e chiamata a informare il presidente sull’imminente rilascio di una famiglia detenuta in Pakistan. Alla fine del briefing, Trump ha rivolto all’analista una domanda: “Da dove viene?”, ha chiesto The Donald, secondo quanto hanno riferito due fonti a diretta conoscenza della conversazione.

La funzionaria ha risposto ‘New York’ e, davanti alla nuova domanda del presidente, ha aggiunto ‘Manhattan’. Trump, in realtà, voleva sapere da dove venisse ”la sua gente”. L’analista, quindi, ha spiegato che i suoi genitori sono coreani. A questo punto, il presidente si è voltato verso un consigliere presente e – ipotizzando per l’analista una carriera legata alle proprie origini – ha chiesto per quale motivo ”la graziosa signorina coreana” non venga impiegata dall’amministrazione nei negoziati con la Corea del Nord.

La vicenda, in un momento già complicato per il presidente, non è passata inosservata. Trump, ieri, dopo l’evento per la proclamazione del Martin Luther King Day ha dribblato le domande dei cronisti, compresa una brutalmente esplicita: “Signor presidente, lei è razzista?”. L’inopportuno ‘pretty korean lady’ è diventato l’ennesimo anello di una catena già lunga. Tra i tweet di commento, comparsi nelle ultime ore, ha destato attenzione in particolare quello di Chris Lu, membro dell’amministrazione Obama. “In tutti gli anni in cui ho lavorato per Obama”, il presidente “non mi ha mai chiesto da dove venissi o per quale motivo non stessi lavorando su questioni relative alla Cina. Mi considerava una persona”.