Tumori al colon, arriva “Predator”: la cura del futuro è made in Sannio

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Porta la firma di un biologo molecolare di Airola, in provincia di Benevento, Carmine Carbone, il progetto Predator, un nuovo approccio per cercare di contrastare il tumore al colon, la seconda neoplasia per incidenza in Italia.
Il giovane ricercatore sannita di 38 anni si è dedicato allo studio di una cura che possa rinnovare i protocolli d’intervento inerenti il tumore del colon-retto: a tal fine il Policlino Gemelli di Roma ha abbracciato il suo progetto ed ha promosso la sua ricerca oncologica dando la disponibilità presso il Comprehensive Cancer Center, un’unità appositamente ideata e destinata a queste attività.
Carbone pensa che l’approccio distruttivo (sia chimico, sia chirurgico) possa lasciare il passo ad una filosofia diversa, basato sul sistema immunitario del paziente. L’idea è quella di rendere le cellule deputate ad attaccare i tumori capaci di riconoscerlo e studiarne i meccanismi di resistenza adottati dallo stesso male per non farsi attaccare.
Un’idea che può essere vincente se pensiamo che circa il 70% del nostro sistema immunitario risiede nell’intestino: se si riuscissero veramente ad addestrare i globuli bianchi a bypassare le resistenze tumorali, queste cellule maligne sarebbero riconosciute dal sistema e distrutte. Carbone è convinto che si possa educare un corpo malata nel reagire alla presenza della neoplasia e tenerla sotto controllo evitando che cresca e sviluppi metastasi.
Da quest’idea si comprende la denominazione del progetto come “Predator”, a ricordare gli aerei pilotati da remoto senza pilota a bordo che vengono utilizzati per controllare i territori ostili.
La ricerca – che avrà una durata di 3 anni – cercherà di capire i meccanismi della resistenza all’immunoterapia partendo dallo “sviluppo di una piattaforma Avatar” che conservi “le caratteristiche anatomiche e genetiche del tumore in tutti e 4 i suoi sottotipi”. Realizzando cioè una sorta di archivio composto da «miniaturizzazioni in 3D che mantengono le proprietà dei tessuti originari, prelevati dai pazienti”. Vale a dire degli organoidi, delle basi molecolari in vitro, che possano essere messe a contatto con le due principali componenti del sistema immunitario coinvolte: i linfociti T (responsabili delle risposte immunitarie del nostro corpo) e i mieloidi soppressori (Mdsc), che invece contrastano l’azione anti-tumorale dei linfociti stessi. “Il loro contatto determinerà un fenomeno di resistenza che però ci aiuterà nel tentativo di trovare una cura”.