Tumori al seno, 5-10% scoperti in fase metastatica

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Roma, 18 ott. (AdnKronos Salute) – Il 5-10% dei nuovi casi di tumore al seno oggi è già in fase metastatica al momento della diagnosi; circa un terzo delle pazienti cui è stato diagnosticato un tumore al seno in fase precoce è costretta ad affrontare questa evoluzione e oltre il 90% dei decessi per tumore al seno è causato proprio dalla diffusione di metastasi. Per la cura di questa patologia – sottolineano gli oncologi – c’è la necessita di un approccio multidisciplinare e un monitoraggio continuo proprio delle reti oncologiche, reti che, tuttavia, trovano nel concreto ancora una scarsa diffusione sul territorio italiano. Se ne è parlato in occasione del Forum “Dimensioni, impatti e confini del tumore alla mammella metastatico. Azioni per aumentare il valore per le pazienti e per il sistema”, organizzato da The European House Ambrosetti, con il contributo di Pfizer, alla Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani a Roma, dove associazioni di pazienti, comunità scientifica e istituzioni si sono confrontati per dare una risposta concreta a questo tema, e delineare i nuovi scenari di trattamento e modalità di organizzazione e gestione.

La presenza e il corretto funzionamento di una rete oncologica – hanno osservato gli esperti intervenuti – danno notevoli benefici, oltre che per le pazienti vengono prese in carico, che possono accedere in modo tempestivo alle cure migliori, anche per il sistema nel suo complesso. Con le reti, infatti, si riducono le disomogeneità regionali, gli ospedali sono utilizzati solo per le terapie più complesse, le liste di attesa si accorciano, con una migliore gestione delle risorse per il servizio sanitario. Ad oggi sono attive soltanto sette reti in otto Regioni: Piemonte e Valle D’Aosta (unica rete), Veneto, Toscana, Umbria, Liguria, Provincia Autonoma di Trento e Lombardia. Queste realtà collaborano in sinergia attraverso il Progetto Periplo, promosso dai diversi coordinatori delle reti oncologiche regionali.

“Le reti oncologiche sono un modello organizzativo che deve garantire equanimità e qualità del percorso assistenziale del paziente oncologico, qualunque sia l’ospedale dove questo percorso inizi – spiega all’AdnKronos Salute Pierfranco Conte, coordinatore Rete oncologica veneta, direttore Uoc Oncologia medica 2, Istituto oncologico veneto Padova – Dobbiamo evitare che questi percorsi assistenziali siano diversi da una regione all’altra. Il Progetto Periplo – sottolinea – nasce proprio per questo, ovvero per confrontare le varie regioni in cui ci sono reti oncologiche istituite, condividere percorsi assistenziali e indicatori di efficacia, per garantire la stessa qualità a tutti i pazienti oncologici in tutto il territorio italiano. Il nostro obiettivo è far sì che tutte le regioni abbiano una rete oncologica, e che le reti parlino tra di loro”.

Il tumore al seno metastatico colpisce attualmente in Italia circa 35 mila donne. Secondo un’indagine di Europa Donna, l’età media di queste pazienti è di 54 anni; circa il 30% ha meno di 45 anni, la maggioranza è sposata e la metà ha un figlio ancora minorenne. Il 40% lavora quando viene colpita dalla malattia. Oltre la metà delle pazienti dichiarano di sentirsi abbandonate e sole, non sentono di ricevere l’attenzione che meriterebbero né da media e istituzioni né dal personale sanitario. L’inclusione sociale e la garanzia del diritto alla migliore qualità di vita possibile, dell’accesso alle migliori terapie innovative oggi disponibili, della continuità o del reinserimento lavorativo diventano obiettivi primari per queste donne.

“Le pazienti chiedono ascolto, chiedono di poter accedere tutte quante alle stesse cure – evidenzia Fulvia Pedani, oncologo, coordinatore nazionale Andos Onlus, Associazione nazionale donne operate al seno – Abbiamo i Lea garantiti a livello legislativo nazionale, ma poi a livello regionale ogni realtà funziona per conto suo. Abbiamo percorsi diagnostico terapeutici assistenziali (Pdta) diversi da regione a regione, e quindi c’è una mobilità passiva importante. Dividiamo l’Italia in tante piccole aree in cui non si dà lo stesso servizio. Abbiamo cittadini di ‘serie a’ e di ‘serie b’. C’è bisogno di unificare, di uniformare, dare le stesse chance e qualità di vita a tutti”.

“I nuovi farmaci – prosegue – danno una qualità di vita assolutamente incomparabile rispetto alla chemioterapia. Hanno costi maggiori, ma anche importanti ritorni a livello sociale e di spesa sanitaria. C’è la necessità di fare una valutazione molto più ampia, che vada al di là del costo singolo del farmaco e che preveda il reinserimento globale del soggetto. Senza dimenticare la qualità di vita. Garantire il migliore percorso assistenziale significa anche infondere serenità e tranquillità alle pazienti, significa incrementare la qualità delle loro vite. Soprattutto – conclude – significa dare a tutte queste donne un supporto psicologico che le aiuta ad accettare la malattia”.