Tunisia muro critico dell’immigrazione

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In foto Moez Sinaoui

A Lampedusa continuano ad arrivare migranti dalla Tunisia e gli hotspot sono ormai al collasso. La situazione è fuori controllo, non più tollerabile, pericolosa ed economicamente insostenibile per l’Italia. Il momento rischia di procedere sottovalutato e occorre che il governo alzi la voce e proceda con politiche serie di respingimento, mentre stando alle notizie crescenti si prepara un esodo senza fine dalla Tunisia verso l’Italia che la stessa Ambasciata della Tunisia in Italia di cui l’Ambasciatore Moez Sinaoui , stenta a riconoscere come pericolo reale. “ Non abbiamo né le capacità né i mezzi per organizzare centri di trattenimento..”: Con queste parole nel giugno 2018 Tahar Chérif, ambasciatore tunisino presso l’Unione europea, affermava il rifiuto della Tunisia di accogliere sul suo territorio le “piattaforme di sbarco regionali” proposte dalla Commissione europea. Il piano, che ha lo scopo di far sbarcare le persone intercettate o soccorse nel Mediterraneo nei paesi dell’Africa settentrionale e affidare a questi ultimi il compito dello smistamento, seguiva l’annuncio della chiusura dei porti italiani alle navi delle ONG fatto da Matteo Salvini, l’allora ministro dell’interno. Oltre alla falsa volontà dei governi europei di “evitare così la tragica perdita di vite umane” [2], l’obiettivo del progetto era chiaro: evitare a tutti i costi gli arrivi sulle coste europee e delegare la gestione dei popoli giudicati “indesiderabili” ai paesi sull’altra sponda del Mediterraneo.
Mentre l’UE aveva grandi aspettative da questo piano, esso si è rivelato un fallimento eclatante: uno dopo l’altro, i paesi del nord Africa hanno rifiutato di accogliere queste piattaforme e di svolgere il ruolo di guardie di frontiere dell’Unione. Nel febbraio 2019, in occasione del vertice tra UE e Lega Araba, 55 stati africani hanno adottato una posizione comune per rigettare il piano di Bruxelles. Ma se già a fine 2018 era evidente che il piano della Commissione europea non sarebbe stato attuato, già da anni queste piattaforme tendevano di fatto ad essere sviluppate nel nord Africa. Se l’esempio più palese è quello della Libia – dove, dal 2017, l’UE sostiene pienamente la guardia costiera e prende parte al mantenimento di un sistema carcerario di controllo delle popolazioni migranti -, la Tunisia sembra spiccare come candidato privilegiato per una trasformazione in terra di “immagazzinamento” degli indesiderabili, nonostante sia lungi dall’essere un paese “sicuro” per i migranti. Da tempo identificato come uno dei paesi di partenza per gli Harraga tunisini e più di recente come uno dei paesi di transito per i migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana che scappano dalla Libia in guerra, la Tunisia rappresenta una sfida importante per l’UE in materia di controllo dei flussi migratori. Se, dopo due anni di stretta cooperazione con diverse milizie libiche e al prezzo di un’ecatombe nel Mediterraneo i dirigenti europei nel 2019 sono riusciti a frenare una buona parte delle traversate verso l’Italia, oggi sono le partenze dalla Tunisia a causare preoccupazione. Nel 2019, con la diminuzione delle partenze dalla Libia, quella tunisina è infatti divenuta la prima nazionalità delle persone arrivate in Italia. L’Italia dispone già di strumenti “efficaci” che permettono di espellere i cittadini tunisini che arrivano sul suo territorio [5]. Ma l’Unione europea teme un’altra “invasione”: quella dei migranti dell’Africa sub-sahariana detenuti sul suolo libico che decideranno di spostarsi in massa in Tunisia per fuggire alla guerra e cercare protezione, ma anche per tentare la traversata verso l’Europa. Se anche i dati mitigano ampiamente questa predizione [6], il timore di vedere la Tunisia trasformarsi in paese di transito e diventare il vaglio dei flussi migratori verso l’Europa, giustifica anche la crescente attenzione che l’UE dedica a questo piccolo paese e il ruolo che vorrebbe assegnargli in termini di controllo dei flussi migratori nel Mediterraneo. La Tunisia dispone di numerose risorse che la Libia non possiede: paese in pace, dotato di istituzioni democratiche in una regione instabile, e con la (falsa) reputazione di essere una terra relativamente accogliente per i migranti dell’Africa sub-sahariana e che, contrariamente alla Libia, offre un’immagine accettabile per l’esternalizzazione delle politiche migratorie europee. L’idea di esternalizzare in Tunisia le frontiere europee precede di molto la caduta del regime di Ben Ali: si è infatti materializzata nel contesto della cooperazione bilaterale italo-tunisina. Tuttavia, è solo dopo la rivoluzione che la Tunisia viene vista non più solamente come paese di partenza, ma anche come paese di transito. Nel 2012 la Tunisia stringe un accordo di “partenariato privilegiato” con l’UE, concretizzatosi in un piano d’azione per il periodo 2013-2017. L’obiettivo è chiaro: aprire la strada all’esternalizzazione delle politiche di asilo e di rimpatrio dell’UE in Tunisia. Il piano menziona innanzitutto l’apertura di negoziati per il raggiungimento di un “partenariato per la mobilità” (PPM), il quale, oggetto di una dichiarazione congiunta di Tunisia e UE, non fa fede al suo nome: in cambio di una politica di facilitazione del rilascio dei visti riservata ad una ridotta élite ultra qualificata di cittadini tunisini, la Tunisia si impegnerebbe a firmare un accordo di riammissione con il quale faciliterebbe il rientro sul suo territorio non solo dei suoi cittadini espulsi dall’Europa, ma anche di cittadini di paesi terzi che hanno transitato sul suo territorio. Un accordo che la renderebbe il “cassonetto migratorio” d’Europa. Nell’attuare questo progetto, l’UE si muove con estrema cautela. Per rispettare la sua stessa normativa (che però viola quotidianamente sulle sue frontiere) e le convenzioni internazionali di cui i suoi Stati membri sono parti contraenti, preferisce fare della Tunisia un “paese terzo sicuro” prima di concludere gli accordi di riammissione. Un paese terzo sicuro, come definito nella Direttiva procedure del 2013, deve in primo luogo rispettare il diritto di asilo e il principio di non respingimento in conformità con la Convenzione di Ginevra del 1951. Così, il “partenariato privilegiato” prevede l’implementazione da parte della Tunisia di una normativa sull’asilo: coloro che hanno già presentato domanda di asilo o ai quali è stato riconosciuto lo status di rifugiato in Tunisia potranno esservi rimandati, presupponendo che lì disporrebbero di protezione sufficiente e che non avrebbero dunque bisogno di protezione in Europa. Poiché la Tunisia non dispone ancora di un quadro legislativo nazionale in materia di asilo, è l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ad avere controllo delle procedure di determinazione dello status di rifugiato e della protezione delle persone sul suolo tunisino. Sostenuta dall’UE, l’UNHCR ricopre un ruolo altrettanto importante nell’elaborazione di una normativa nazionale sull’asilo in Tunisia. Dal 2015 diversi programmi europei si sono succeduti per dare sostegno, tramite l’UNHCR, alle autorità tunisine nell’adozione di leggi in materia. L’ultimo programma, con un finanziamento di 2 milioni di euro nel quadro del Fondo fiduciario di emergenza dell’UE per l’Africa (EUTF Africa), è stato adottato nel dicembre 2019 [7]. L’Unione europea nasconde abbastanza maldestramente la sua ambizione di controllo dei flussi migratori dietro ad una retorica di protezione, citando soprattutto l’obiettivo di “ridurre il rischio di movimenti pericolosi verso l’Europa”. L’UE collabora anche con l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) per l’esternalizzazione delle politiche di rimpatrio. Nel 2017, la Tunisia beneficiava del programma del Fondo di aiuti per la protezione e la reintegrazione dei migranti [8]. Con un finanziamento di 2,5 milioni di euro e l’attuazione dell’OIM, questo progetto mira a sviluppare le politiche di rimpatrio sul suolo tunisino. Menzionando solo marginalmente il rafforzamento delle capacità delle autorità tunisine in materia di rimpatri forzati (espulsioni), l’UE offre il suo sostegno finanziando i programmi di rimpatrio “volontario” e di reintegrazione dell’OIM in Tunisia. Rimpatri la cui natura volontaria è dubbia, ma che rappresentano una nozione più neutra e consensuale rispetto a quella dell’espulsione e che permettono all’UE di de-politicizzare temi che potrebbero causare polemiche, fingendo allo stesso tempo di operare per il bene dei migranti. Appoggiandosi a due organizzazioni dell’ONU che ricoprono il ruolo di attori umanitari per esternalizzare la gestione dei flussi migratori in Tunisia, le autorità europee traggono vantaggio dalla commistione tra protezione e controllo La Tunisia sta trasformandosi in un centro di richieste d’asilo e in piattaforma di rimpatrio al servizio dell’Unione europea, ma il pretesto è sempre quello di proteggere i migranti: accoglierli in prossimità della loro regione di origine, dar loro i mezzi per ritornare nel proprio paese, proteggerli dalle reti di tratta e di traffico di esseri umani, impedire loro di correre il rischio di attraversare il Mediterraneo… . Metodi per adattare le contrattazioni migratorie europee alla transizione democratica tunisina e per presentarli sotto una luce più accettabile, mentre la questione della protezione e gli attori “umanitari” sembrano essere divenuti i nuovi strumenti dell’esternalizzazione delle frontiere in una versione soft power .Identificato come paese di transito e presentato (erroneamente) come una terra “accogliente” per i migranti, la Tunisia tende così ad imporsi come la candidata ideale per diventare il futuro hotspot dell’UE sulle coste africane. Attuato in Grecia e in Italia su iniziativa della Commissione europea nel 2015, l’approccio hotspot consiste nell’aiutare gli Stati membri più esposti ad assicurare l’identificazione e lo smistamento dei migranti al momento del loro arrivo con il contributo dell’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo (EASO), e a coordinare le operazioni di rimpatrio con il sostegno di Frontex. Le politiche di esternalizzazione attuate dall’UE in Tunisia riprendono esattamente questo schema, se non fosse per il fatto che lo smistamento non viene effettuato dalle agenzie europee (EASO e Frontex) sul suolo europeo, ma da organizzazioni internazionali (UNHCR e OIM) nel continente africano, dove l’UE può beneficiare dell’extraterritorialità dei suddetti dispositivi per offrire ai migranti un diritto d’asilo “scadente” e contemporaneamente esonerarsi dalle eventuali violazioni dei diritti che potrebbero essere commesse. Questo schema si può ritrovare nella proposta della Commissione europea riguardante le “piattaforme di sbarco”. Sebbene nel 2018 la Tunisia rifiutasse categoricamente la loro installazione sul proprio territorio, essa ha in realtà progressivamente accumulato le risorse e le strutture destinate all’identificazione, allo smistamento, all’”immagazzinamento” e al rimpatrio dei migranti provenienti non solo via mare ma anche via terra dalla Libia. Le frontiere vengono biometrizzate, i porti tunisini vengono progressivamente dotati di sistemi di raccolta di impronte digitali, nascono nuovi centri di “accoglienza”, il personale dell’UNHCR e dell’OIM è in costante aumento per velocizzare i processi di riconoscimento dello status di rifugiato e quelli di rimpatrio, i finanziamenti europei aumentano senza sosta… . Se la tendenza della Tunisia di diventare l’hotspotafricano dell’UE si sta per ora realizzando su piccola scala, potrebbe presto ampliarsi considerevolmente nel quadro del “piano di contingenza”. Questo piano, su cui le autorità tunisine in stretta collaborazione con l’UNHCR, l’OIM e altri attori delle Nazioni Unite lavorano dal 2014, ha l’obiettivo di evitare il ripetersi del caos di Choucha del 2011 [12] e di organizzare una risposta coordinata in caso di “afflussi massicci” al confine libico. Mentre per diversi anni le autorità tunisine hanno rifiutato l’installazione di un campo, il piano redatto nel 2019 prevede proprio la costruzione di un campo gigante nel mezzo del deserto nel sud della Tunisia, che nei momenti di maggior crisi potrebbe accogliere fino a 50.000 persone. L’OIM avrebbe il compito di attuarvi dei programmi di rimpatrio “volontario” e l’UNHCR di organizzare il trasferimento e la sistemazione di coloro cui è stato riconosciuto lo status di rifugiato. Se il ruolo ricoperto dall’UE nel piano di contingenza non è ben chiaro, è forte il sospetto che essa potrebbe farne lo strumento delle sue politiche di esternalizzazione delle frontiere. Destinato ad accogliere coloro che arrivano dalla Libia per via terra, non è da escludere che il campo verrà utilizzato anche per coloro che arrivano via mare. Presentata come soluzione atta a risolvere una situazione di emergenza, la sua natura temporanea, come nel caso di tutti i campi, è poco credibile. Considerato che gli Stati membri non sono riusciti a raggiungere un accordo sulla creazione di un meccanismo di ricollocamento per spartirsi equamente i richiedenti asilo registrati negli hotspot europei, è difficile immaginare che troveranno un accordo sul ricollocamento di rifugiati provenienti da un paese che si ostinano a far passare per “sicuro”. Date le condizioni, lo scenario degli hotspot greci divenuti prigioni a cielo aperto nelle quali sono ammassate migliaia di persone potrebbe probabilmente ripetersi nel sud della Tunisia. Non è inoltre noto se questo campo sarà aperto o chiuso, ma la sua qualifica di “centro di accoglienza e orientamento” – che nel caso tunisino rimanda ai centri di detenzione (chiusi) già esistenti da dove vengono organizzate le espulsioni – lascia presagire il peggio. Inoltre, il posizionamento del futuro campo in prossimità di un aeroporto in piena espansione fa temere che, nel caso in cui la Tunisia finisse per firmare un accordo di riammissione, in futuro esso potrebbe ospitare cittadini di paesi terzi espulsi dall’Europa.La Tunisia diventerà l’hotspot africano dell’Unione europea? Secondo alcuni analisti le autorità tunisine non permetteranno mai che ciò accada. Non vanno però dimenticate le pressioni esercitate dall’UE, lo squilibrio nei negoziati e non va dimenticato che la Tunisia conta sui fondi europei di aiuto allo sviluppo, la cui allocazione è in parte condizionata dalla collaborazione in materia di controllo dei flussi migratori. D’altro canto però lo Stato tunisino non può solo essere dipinto come vittima delle politiche di esternalizzazione dell’UE. Le autorità tunisine traggono innegabilmente profitto da certi dispositivi che avvantaggiano le loro politiche discriminatorie e la loro volontà di controllare la popolazione migrante sul territorio. Sebbene sembri difficile convincere la Tunisia a diventare il “cassonetto migratorio” dell’UE, gli interessi dei dirigenti europei e tunisini potrebbero finalmente combaciare. Oltre al consenso delle autorità tunisine a collaborare, l’UE dovrà far fronte ai diversi avvertimenti sul fatto che la Tunisia è ben lungi dall’essere un paese “sicuro” per i migranti, compresi coloro che presentano domanda di asilo. Respingimento alle frontiere, condizioni abitative disastrose, carenza di cure mediche e di informazioni, ostacoli alle domande di asilo, assenza di trasparenza e di garanzie riguardo la procedura di determinazione dello status di rifugiato, razzismo, difficoltà di accesso al mercato del lavoro e all’istruzione, respingimenti nel deserto, pressioni per il rimpatrio, intimidazioni e abuso di potere da parte delle organizzazioni che si occupano dei migranti… : questo è il quadro dell’accoglienza, o meglio della “non accoglienza” in Tunisia. Comunque nulla di insormontabile per l’UE, che ha già ceduto a più di un compromesso nelle contrattazioni sulla migrazione. Su un punto le autorità tunisine ed europee sono però d’accordo: spingere i migranti a ritornare nei loro paesi di origine e “depositare” in Tunisia solo lo stretto necessario. In tal modo, la “non accoglienza” potrebbe diventare parte della strategia di esternalizzazione dell’Unione europea.