Tutti gli uomini del presidente e il potere dell’individuo. Il caso Watergate 50 anni dopo

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di Erika Basile

Il foglio bianco aggredito dai tasti di una macchina da scrivere: June 1, 1972Immagini di repertorio mostrano l’elicottero del Presidente Nixon mentre atterra nel piazzale del Campidoglio “per salire i gradini della Camera dei Rappresentanti, entrare nell’aula e parlare ai membri della Camera e del Senato, alla Corte Suprema, al corpo diplomatico di Washington”.
Di colpo, ci troviamo nel complesso di appartamenti del Watergate: è la notte tra il 16 e il 17 giugno. Stesso mese, stesso anno. Cinque uomini si introducono nella sede del Comitato nazionale democratico. Una guardia li scopre e una pattuglia della polizia li arresta.
Bob Woodward (Robert Redford), cronista del Washington Post, è inviato dal suo giornale a seguire il processo. Inizialmente sembra un banale caso di furto con scasso, ma ben presto il giovane giornalista intuisce che la vicenda ha molti punti oscuri. Affiancato dal collega Carl Bernstein (Carl Bernstein), comincia a indagare. L’inchiesta fa emergere una cospirazione che coinvolge FBI, CIA, Ministero della Giustizia e i vertici dell’amministrazione americana.
È il caso Watergate. Giornalismo, politica e corruzione: ecco gli ingredienti di Tutti gli uomini del presidente (1976), che, a distanza di quasi mezzo secolo, resta il film simbolo sul giornalismo investigativo. Alan Pakula, che ne ha firmato la regia, ne sottolinea il nucleo tematico: “Viviamo in una società in cui tutti cercano tratti audaci, gesti grandi ed eroi straordinari. Ma questa è una storia vera in cui l’impossibile è stato raggiunto attraverso l’ossessione per i dettagli […]. La vicenda che stiamo raccontando è una rivendicazione del più antico principio americano – il potere dell’individuo – e si è svolta proprio in un momento in cui stavamo perdendo fiducia in quel potere”. Nel cinema dell’America degli anni ‘70, infatti, si riflette la disillusione di una società dominata dalla corruzione delle sue élites, una china che mette in dubbio la persistenza stessa del “sogno americano”.  L’adattamento cinematografico, asciutto, sceneggiato da William Goldman, resta fedele al testo di Woodward e Bernstein, da cui è tratto, pur assumendo le sfumature di un thriller. Non ci sono spari né esplosioni, ma i telefoni, le penne e le macchine da scrivere si trasformano in armi, in colpi di pistola, in frustate.
Nel mese di giugno del 1972, Robert Redford sta promuovendo il film politico di cui è produttore e protagonista, Vote McKay (The Candidate). Legge, sul Washington Post, i primi articoli che parlano di cinque uomini arrestati nell’atto di fotografare documenti e collocare microspie negli uffici del Partito Democratico. La Casa Bianca cerca di sminuire i fatti, derubricandoli. I mezzi di comunicazione non mostrano interesse per gli sviluppi di una storia definita “l’inganno del Watergate”. Tutti tranne due giovani giornalisti, Woodward e Bernstein. Il primo è un ex ufficiale di Marina, laureato a Yale, figlio di un avvocato e giudice repubblicano. Il secondo, invece, ha frequentato le lezioni all’Università del Maryland, i suoi genitori sono attivisti sociali e membri del Partito Comunista Americano. 400 articoli in 33 mesi provocano un terremoto che riduce a brandelli la credibilità del presidente Richard Nixon, costringendolo, il 9 agosto 1974, a dimettersi. Al Washington Post, invece, viene assegnato il Pulitzer Prize for Public Service.
Redford è attratto dalla vicenda ma anche dal rapporto tra i due cronisti, così diversi tra loro. Decide di incontrarli. Il suo interesse per la storia prende sempre più corpo. Li incoraggia a scrivere un libro, che viene pubblicato nel 1974 con il titolo The President’s Men. Ne acquista i diritti e decide di trasformarlo in un lungometraggio che si sofferma su un arco temporale limitato, costituito dai sette mesi iniziali. La Warner Bros accetta di produrlo, a patto che sia lo stesso Redford a interpretare la parte di Woodward. Dustin Hoffman veste i panni di Bernstein. Entrambi trascorrono alcuni mesi al Washington Post accanto ai cronisti, per viverli nella loro quotidianità e per potersi calare il più possibile nel clima frenetico della redazione, poi ricostruita perfettamente nei Burbank Studios, in California, per le riprese. Il direttore della fotografia, Gordon Willis, ha deciso di replicarne anche l’illuminazione con lampade fluorescenti di luce fredda e diffusa, a cui contrappone le oscure ambientazioni degli incontri di Woodward con il suo informatore segreto. Memorabile è la scena girata nella Library of Congress, in cui la camera, concentrata sui due giornalisti che esaminano schede, si allontana lentamente e si solleva verso la volta dell’edificio, “a più di cento piedi di altezza”. Giunti lì, abbiamo un’inquadratura completa della Biblioteca e di loro due, sempre più piccoli, mentre sfogliano i documenti, che sembrano inghiottirli. A spronarli è Ben Bradlee (Jason Robards), leggendario direttore del Washington Post: “La metà del Paese non ha mai sentito parlare del Watergate. Non frega niente a nessuno. […] Siamo sotto pressione ed è tutta opera vostra. In questa storia non c’è niente in gioco, a parte il primo emendamento della Costituzione, la libertà di stampa e forse anche il futuro del Paese”.
Dimentichiamo per qualche istante smartphone, computer, internet e proviamo a immaginare il lavoro certosino, ostinato dei due reporter: anche riuscire a trovare un semplice indirizzo o un numero telefonico diventa un’impresa. Li vediamo scartabellare documenti, andare in giro alla ricerca di informatori affidabili e di conferme, armati solo di una penna e di un taccuino. La fonte più importante, quella che consente loro di scoperchiare il vaso di Pandora, è un alto funzionario del governo, indicato con lo pseudonimo Deep Throat (Gola Profonda). Nel film non ci viene rivelato il suo nome e, in effetti, la sua identità è confermata pubblicamente solo nel 2005. Si tratta di Mark Felt, ex vicedirettore associato dell’Ufficio di presidenza dell’FBI. Il labirinto intricato in cui si muovono i due giornalisti nasconde verità inquietanti: “Segua il denaro”, dice “Gola Profonda” a Woodward, nascosto nell’ombra di un parcheggio sotterraneo.
Emerge una campagna di sabotaggio contro i democratici, un sistema capillare finanziato con un fondo nero che aveva l’obiettivo di creare scompiglio nell’opposizione politica. “Hanno spiato, hanno piantato microfoni, falsificato notizie, scritto lettere, […] hanno indagato sulla vita privata dei democratici, hanno comprato uomini, sottratto documenti e così via”. Tutti gli uomini del Presidente rappresenta il senso profondo dell’etica giornalistica, il rigore nella verifica delle fonti e il rispetto della loro segretezza, ma fornisce anche una profonda riflessione sul potere. “Non mi interessa, da giornalista, chi sia il presidente”, risponde Ben Bradlee il 17 aprile del 1973, durante un’intervista.
E, ventiquattro anni dopo, nel gennaio del 1997, nel corso di una conferenza stampa all’Università della California, Riverside, sostiene: “I giornali non dicono la verità in molti scenari diversi e occasionalmente innocenti. […] Ci sono molti giri di parole e molte bugie ai nostri tempi – in politica, nel governo, nello sport e ovunque. Siamo arrivati al punto in cui, se sei come me, non credi più alla prima versione di niente. Non è sempre stato così. Immagino che sia iniziato per me con il Vietnam, quando l’establishment ha sentito di dover mentire per giustificare una politica che, come si è scoperto, non avrebbe mai funzionato. È cresciuto come un fungo durante i giorni della controcultura. […] Ma il Vietnam, la controcultura – Haight-Ashbury e la droga e tutto il resto – i Pentagon Papers, il Watergate, l’esilio di Nixon in disgrazia, gli scandali S&L, l’Irangate, la Guerra del Golfo, erano tutte storie terribilmente importanti, punti di svolta storici che dovevano essere trattati con vigore e intelligenza. […] L’America ha iniziato a perdere fiducia nei suoi leader. […] Più è aggressiva la nostra ricerca della verità, più alcune persone si sentono offese dalla stampa. Più complicati sono i problemi e più sofisticati sono i modi per nascondere la verità, più aggressiva deve essere la nostra ricerca della verità e più offensivi diventeremo sicuramente per alcuni. Walter Lippmann aveva ragione tanti anni fa quando scrisse che, in una democrazia, la verità e nient’altro che la verità raramente è immediatamente disponibile. In una democrazia, la verità emerge – a volte ci vogliono anni – ed è così che il sistema dovrebbe funzionare e alla fine rafforzarsi. A volte ci vuole un’eternità, ma emerge. E qualsiasi cedimento da parte della stampa sarà estremamente costoso per la democrazia”.
Il mutamento dell’ecosistema dei media ha avuto implicazioni profonde per la democrazia e per le basi informative dei processi decisionali. Ma anche per i rapporti tra leader, cittadini e giornalisti. È diventato sempre più difficile districarsi tra l’enorme quantità di notizie, vere e false, da cui veniamo travolti ogni giorno. Riuscire a distinguerle spesso non è facile. È evidente che il senso di responsabilità troppe volte viene meno di fronte alla ricerca dello scoop a tutti i costi. Nel contesto attuale, è fondamentale che ciascuno eserciti costantemente il senso critico, valutando da dove provengano le informazioni e in che modo siano proposte. Dov’è la verità? Di continuo ci poniamo questa domanda.

“I media e il governo sono intrecciati in un circolo vizioso di manipolazione reciproca, creazione di miti e interesse personale. I giornalisti hanno bisogno delle crisi per drammatizzare le notizie e i funzionari del governo devono dare l’impressione di rispondere alle crisi. Troppo spesso le crisi non sono vere crisi, ma costruzioni congiunte. Le due istituzioni sono rimaste intrappolate in una rete simbiotica di bugie”. Questa è la tesi provocatoria sostenuta da Paul H. Weaver, ex capo del Washington Bureau ed ex Assistant Professor di Scienze Politiche all’Università di Harvard, nel suo volume News and the Culture of Lying: How Journalism Really Works (1994). I fallimenti del mondo dell’informazione, oggi, secondo il suo giudizio, sono una seria minaccia per la democrazia americana. “Il risultato – sostiene – è una distorsione del ruolo costituzionale del governo in un’istituzione che deve continuamente risolvere o sembrare in grado di risolvere le crisi, […] in una nuova e potente modalità operativa di emergenza permanente. […] Forse la conseguenza più grave dell’attenzione dei giornalisti su crisi e conflitti è che sia loro che il pubblico diventano ciechi di fronte alle questioni sistemiche”.
Il pluralismo dei media e un giornalismo che tenga fede ai suoi principi fondanti continuano ad essere uno dei presupposti fondamentali di una vera democrazia. La stampa libera deve svolgere la funzione di “guardiano” (watchdog), che vigila sulla trasparenza delle istituzioni pubbliche, favorendo scelte consapevoli da parte dei cittadini. L’indipendenza ne costituisce un presupposto essenziale: come un chirurgo, è necessario che il giornalista sezioni i fatti, presentandoli, il più possibile, distinti dalle opinioni; che agevoli la decodifica delle informazioni sulla base dell’attendibilità delle fonti da cui provengono. Il suo compito è anche quello di accendere i riflettori sulle condizioni di disuguaglianza, prestando la propria voce a chi una voce non ce l’ha.
“Io non amo la stampa, non ho simpatia per la superficialità e l’inesattezza”, asserisce “Gola Profonda” in Tutti gli uomini del presidente. A quest’affermazione si contrappone il rigore di Ben Bradlee e l’idealismo coraggioso di Woodward e Bernstein, la cui tenacia ha ispirato generazioni di giornalisti. Nell’ultima scena del film, li vediamo battere i tasti delle loro macchine da scrivere, concentrati, nella redazione del “Post”. Contemporaneamente, sullo schermo di un televisore, passano le immagini in bianco e nero di Nixon, che presta giuramento sulla Costituzione per il suo secondo mandato. I 21 colpi di cannone sembrano risuonare come una sentenza, mentre il messaggio, trasmesso su una telescrivente, ci fa intravedere, con un balzo nel futuro, l’epilogo del caso Watergate: August 9, 1974 – Washington. Nixon resigns. Gerald Ford to become 38th President at noon today.