Ucraina e Israele, chi trae vantaggio dalle guerre in corso

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in foto: scena di guerra in Ucraina

La Befana, come per tradizione, l’altro ieri è arrivata sulla terra. Certo, non più a cavallo di una scopa rudimentale, ma di un aspirapolvere di ultima generazione sotto le mentite spoglie di una ramazza. Del resto lo scorso anno ha debuttato pressoché in tutto il mondo la AI, l’intelligenza artificiale, e sarebbe stato irriguardoso non aggiornare il mezzo di trasporto che ogni anno permette all’anziana signora di scorrazzare in lungo e in largo nel cielo per poi scendere e recapitare i suoi “regali”. È noto che di quanto quella vecchietta porta in dono in una vecchia calza, una parte è piena di cose gradevoli, un’ altra di “cenere e carbone”. La seconda delle due quest’anno è stata molto più copiosa rispetto al passato e ciò è spiegabile facilmente. Se si pone lo sguardo sulle guerre in corso, subito si individuerà una caratteristica in comune tra esse, pur procedendo quelle pazzie sfasate nel tempo. Per la guerra in Ucraina lo scorso anno la comunità mondiale faceva pronostici che, nel corso di pochi mesi, quel conflitto sarebbe finito. Per quanto riguarda la questione mediorientale, già qualche giorno dopo il sette ottobre dell’anno appena trascorso, gli osservatori internazionali dicevano che quella che di li a poco sarebbe diventata una carneficina, come un lampo era comparsa e, di lì a poco, allo stesso modo sarebbe sparita. Oggi, ottavo giorno del nuovo anno, arrivano conferme puntuali che, come molte altre volte è già accaduto, sono in azione gruppi internazionali interessati a che quegli incendi non si spengano. Si potrebbe pensare che quei gruppi siano legati all’ industria della guerra, pìù precisamente alla produzione di tutto il materiale bellico e all’ intera logistica che gli fa da contorno. Quindi sarebbe comprensibile, anche se mai giustificabile, l’atteggiamento di chi ruota intorno a quei conflitti con le movenze di una iena o altro animale che si comporta in maniera simile. Invece non basta, o almeno tutte le circostanze portano a pensare a diverse altre situazioni di tipo economico e commerciale che possono trarre vantaggi da quelle guerre. I due paesi che attualmente sono impegnati in offensive per terra, mare e cielo, sono accomunati da un particolare saliente: la vocazione agricola e quanto la parte di quella produzione destinata all’ export giovi ai loro bilanci. D’altra parte tecniche di guerra come l’assedio, l’ embargo e tutto quanto riguarda il necessario per la sopravvivenza del mondo animale e vegetale sono senza alcuna riserva armi particolarmente efficaci per far capitolare il nemico. Altrettanto lo sono le azioni intentate per limitare le attività commerciali di contorno, soprattutto quelle di trasporto via mare. Esiste nel contempo una caratteristica del sistema produttivo che Israele cura da oltre mezzo secolo e è all’ avanguardia e all’Ucraina invece manca del tutto o quasi. Si tratta della ricerca scientifica e del conseguente suo trasferimento nel campo dell’innovazione tecnologica. Riassunta al nocciolo, la questione per quei due paesi si riduce al fatto che Kyiv ha scelto di produrre quantità, Tel Aviv, anche perché limitata dalle dimensioni della superficie agricola coltivabile, ha messo a punto sistemi per produrre derrate a alto valore aggiunto. In ogni modo, chi dall’esterno si avvicina alle due realtà, in effetti adotta il comportamento di chi pensa: “fin che dura, in fondo non sono stato io a scatenare la guerra”. Sarà pure così, ma qunti traggono vantaggio dalle disgrazie altrui, non sono stati mai ben visti da alcuna delle correnti di pensiero o religioni che si sono dedicate a valutarli. È vero che, essendo da poco iniziato l’anno, il tempo perché le armi siano deposte c’è. Altrettanto vero è che tante volte le sfide sono state vinte o perse all’ultimo minuto. Il problema è che attualmente, purtroppo, non si riesce nemmeno a intravedere una di soluzione di quel genere, anche perché, nel villaggio si usa di frequente l’espressione: “chi ha tempo, non aspetti tempo”. Essa trae origine dal versetto che Dante inserisce nel Purgatorio: “che il perder tempo a chi pìù sa, pìù spiace”.