Ucraina, le trattative languono e le atrocità continuano. Fino a quando?

28
in foto Dmitri Medvedev

È accaduto in passato ma, allo stato, sembra che non esista alcuna possibilità che possa ripetersi qualcosa del genere. La considerazione coinvolge il modo di relazionarsi di chiunque con chiunque altro e, attualmente, appare evidente che, da quelli che dovrebbero essere punti di riferimento per alcune popolazioni, arrivino alle stesse solo dimostrazioni di come non si debba agire. Tale stato di fatto non è un disagio di poco conto e certamente non giova alla causa della pace nel mondo.
Andando con ordine, una prima considerazione che balza agli occhi immediatamente, esecrata anche dalle tribù nomadi meno toccate dalla civiltà della Mongolia, giusto per rimanere a oriente, la impone quanto è accaduto a Roma qualche giorno fa. L’ambasciatore russo in Italia Razov ha avuto da ridire con termini adatti più a un portuale di Vladivostock che non a un diplomatico di carriera sui commenti di parte dell’informazione italiana, compresa quella pubblica, in merito agli attuali (mis)fatti di Mosca. Convocato alla Farnesina per chiarimenti, ha aumentato la dose. È pur vero che il diritto internazionale prevede condizioni di pati e di tolle reciproco per stati che si riconoscono a vicenda e quindi instaurano rapporti diplomatici con lo scambio di delegazioni. Come per ogni umana situazione, anche per queste ultime c’è un limite: già nell’antica Roma valeva l’affermazione “est modus in rebus”, c’è un limite a ogni comportamento. Allo stato, qualcuno riesce ancora a pensare davvero in buona fede che esistano i presupposti perchè i leaders occidentali possano instaurare trattative con animo sereno con il Cremlino, con l’intento di trattare da pari a pari? Tanto non solo per quanto attiene al conflitto in atto, quanto per la ripresa di ogni genere di relazioni, quelle commerciali in primis. Faceva sorridere anni fa quella scena di un operetta in cui Gianni Agus e Sandro Massimini, nel ruolo di due feluche dell’altro secolo, per scambiarsi i documenti scritti della dichiarazione di guerra tra le nazioni che rappresentavano, intervenivano felici e sorridenti a un pranzo di gala, sedendo vicini. Per non dire dei due comandanti militari, il tedesco Rommel e l’inglese Montgomery, i quali, durante la campagna d’Africa, dichiaravano a vicenda di essere “cordiali nemici”. Nel confronto a distanza attuale, quanto appena scritto è solo la punta di un iceberg di un atteggiamento ben più esacerbato dei russi verso l’ Europa, gli USA e i loro alleati. Negli ultimi giorni, l’ex presidente russo Medvedev sta facendo professione di fanatismo esasperato contro l’Occidente, condito anche da odio e risentimento tanto immotivato quanto generico, pertanto ancora più pericoloso. Anche tentando di spogliarsi da ogni pregiudizio, molto che ricordi la negazione di ogni atteggiamento obiettivo nei confronti dell’ Occidente traspare comunque dalle parole dell’ex premier. Ciò ricorda molto da vicino il modo di fare dell’ ISIS e l’intolleranza tout court di alcune pseudo culture in ogni loro declinazione e da dovunque provengano. Come si possa pensare senza rimanere a lungo turbati che quel caravanserraglio, che ha il quartier generale a Mosca, aspiri a diventare potenza egemone del pianeta, è esercizio difficile e temerario. Nella situazione osservata in particolare, uno stato che si qualifica sovrano ha l’impudenza di impossessarsi, meglio sarebbe dire di rubare, di intere navi di cereali da rivendere sul libero mercato. In più, nel caso di specie, speculando sul prezzo di fornitura ai paesi del terzo mondo, imponendo come conditio sine qua non di fornitura il pagamento in valuta forte e, inderogabilmente, in contanti. Prendendo così per il collo i governi di quelle popolazioni che, ormai da tempo, sono ridotte letteralmente alla fame. Ciò che è peggio è che il ricavato è destinato prevalentemente a finanziare la guerra contro la stessa depredata, l’Ucraina. Una domanda che non necessita di risposta: tra quanto appena descritto e il traffico di armi, in quanto a amoralità, non è possibile individuare alcuna differenza. La rabbia sale quando si assiste a chi sta facendo l’analisi della guerra in atto come se la stessa fosse un evento da gestire per tabulas, senza metterci la faccia, quindi la presenza. Singolare l’atteggiamento di Francesco che, dall’alto della sua autorità nel senso più completo del termine, sta girando e facendo girare a vuoto la sua organizzazione temporale, intorno al problema e, per di più, alla larga dallo stesso. Altrettanto non è da autorità religiosa ma più da capo di una setta che di spirituale non ha niente, il comportamento di Keryll, il patriarca ortodosso di Mosca.L’idea di se che questi sta dando al mondo, ricorda molto da vicino quella di un capitano di ventura: sto con chi mi paga di più, almeno fin quando continuerà a farlo. In campagna è consueto dire che possano far più danno le parole che le azioni. In effetti tempo addietro qualcuno aveva già detto che ne uccide più la penna che la spada. Al momento i due modi di scontrarsi- il verbo confrontarsi non è nemmeno il caso di prenderlo in considerazione -oriente e occidente, a parole o con le azioni, procede con buon “vantaggio” del primo. L’evoluzione è assolutamente imprevedibile. Certo è che oramai le ostilità sono uscite molto al di fuori degli alvei originali. Ci sono paesi le cui popolazioni, almeno la maggioranza di esse, ignora anche la sola collocazione geografica dei contendenti. Sa bene però che, a causa loro, rischia di morire di fame e non può far niente per evitare che ciò avvenga. In campagna si racconta di un bambino sempliciotto che confessava al parroco: “mio padre picchia mia madre, mia madre picchia mia sorella e questa me. Cosicché io non posso picchiare nessuno”
Intanto, sempre nel gergo del contado, la processione è ferma e le candele si consumano. Più terra terra, le trattative languono e le atrocità continuano. Fino a quando?