Ucraina, l’efferatezza senza limiti di Putin e dei suoi masnadieri

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in foto Vladimir Putin

Non c’è giorno che passi senza che la cronaca riferisca di episodi di violenza, il più delle volte grave. Tali fatti, di solito non sorretti da alcun presupposto razionale, fosse pure il più assurdo, fino a qualche anno fa costituivano i picchi più alti, veramente sporadici, di quanto di negativo potesse accadere nel mondo. Da qualche anno tali episodi tendono di volta in volta a ripetere schemi già visti che, è increscioso ammetterlo, fanno sempre meno rumore. Sulla stessa lunghezza d’onda si sta sintonizzando sempre più anche l’ultimo in ordine di tempo dei tanti conflitti che divampano sulla faccia della terra, alcuni di essi da lungo tempo e per tale motivo ingiustamente fuori dalla illuminazione dei riflettori mediatici. Quanto sta accadendo in Ucraina e nei suoi dintorni ha riproposto il teorema che sotto il sole non c’è limite all’efferatezza di certi comportamenti umani. Tanto è avallato dai fatti di violenza gratuita quanto sterile che si stanno ripetendo da quelle parti, ormai senza soluzione di continuitá. È successo così che all’inizio del terzo millennio la popolazione mondiale, seppure con diversi gradi di probabilità, si è venuta a trovare di fronte a un evento che le ultime generazioni ritenevano essere un retaggio di situazioni che si erano verificate un tempo e mai più. Si pensava di conseguenza che le stesse allo stato fossero relegate in determinate aree del mondo particolarmente prese di mira dalla sorte avversa. Così Putin e I masnadieri che lo affiancano si sono spinti talmente in là nel loro comportamento esecrando che farebbe invidia allo stesso Attila. Ma hanno saputo aggiungere qualcosa, come fa un artista con le sue opere: la firma e, in alcuni casi, l’expertise. Hanno così dato via libera ai saccheggi di stato. Come se non fossero bastati gli scempi e i rastrellamenti compiuti insieme a altri comportamenti criminali dall’Armata Rossa, é tutt’ora in corso il trafugamento ordinato da chi opera ai piani alti del Cremlino di intere navi di grano ucraino che erano pronte a partire per quei paesi dove è prossima a scattare l’emergenza fame. È tanto più odiosa tale attività in quanto la Russia è un paese produttore di grano, ancora più importante dell’Ucraina. Sottrarre cereali di ogni genere a quest’ultima serve solo a esasperare i problemi, anche non bellici, in atto, primo fra tutti la carestia sui generis che oramai è dietro l’angolo in molti paesi del mondo. Ciò che è ancora più angosciante è il palese atteggiamento dilatorio tutt’altro che costruttivo adottato da quelli di Mosca: una proposta di pace messa in piedi nelle scorse ore da Draghi e dal suo staff è stata respinta al mittente accompagnata da scherno. L’autore di tale azione, non meno riprovevole di quelle messe in atto nell’ immaginazione da Rodomonte, è stato Medvedev, uno dei papaveri più alti del giardino di Mosca. È opportuno notare che “lorsignori”, certamente Fortebraccio avrebbe chiamato così anche l’attuale banda di Mosca, sono più che bravi in un comportamento che ricorda molto da vicino quello che si usa nel gioco dei quattro cantoni: a ogni proposta non risponde mai la stessa persona e si manda il giocatore di turno a chiedere altrove. In tal modo si prende tempo per poter addurre una qualunque risposta generica che lascerà il tempo che troverà. Nel frattempo qualcosa si sta muovendo in maniera alternativa, come le tradotte ferroviarie di grano che, via Polonia, arriveranno ai porti dei paesi baltici dove lo stesso sarà imbarcato. La lievitazione dei costi accessori è così destinata a sfuggire a ogni valutazione preventiva, rendendo difficile ogni programmazione. Prenderà così sempre più piede il rischio concreto che il costo della logistica aumenterà a dismisura, se non arriverà addirittura a equipararsi, a quello del prodotto stesso. Come è successo altre volte nel lungo percorso della storia, ha cominciato a articolarsi un sistema di alleanze e collaborazioni che appena un mese fa sarebbero state se non ipotesi di fantapolitica, scambi di visite di cortesia, seppur di stato.È successo così che il vecchio Biden abbia deciso di rendersi conto di persona di quanto stesse accadendo in quell’oceano che non sempre ha portato bene agli USA, il Pacifico. Si è reso conto di poter fare affidamento sulla collaborazione commerciale e non solo, oltre che del Giappone, anche dell’ India e dell’ Australia. Anche in quelle acque galleggiano mine potenti, quali sono ormai da tempo Hong Kong, Taiwan e le altre isole che non vogliono saperne di tornare sotto l’egida di Pechino. La situazione di quelle realtà contese è diametralmente opposta a quella dell’ Ucraina. Alla povertà di quest’ultima fanno da contraltare ricchezza e civiltà dominanti nelle prime. Quanto si temeva che accadesse, purtroppo si sta preparando rapidamente. È l’espansione del conflitto, diretta o indiretta, al mondo intero. Purtroppo le premesse ci sono tutte e sarebbe necessario un richiamo al buon senso di tutte le parti in causa per evitare il peggio. Il danno economico causato in questi primi sei mesi già ora è ingente sia dal punto di vista economico che sociale. Il logorio diffuso ha causato, allo stato, fin troppi ritardi per quella che sarebbe dovuta essere la cerimonia di apertura delle competizioni a far meglio di tutti i paesi.Seppure parzialmente efficace, un ravvedimento operoso di tutti gli attori impegnati sulla scena varrebbe ancora a salvare il salvabile. Il risultato di molti incontri sportivi si decide all’ultimo minuto. Potrebbe verificarsi anche nel caso in specie, quindi sarà bene da parte di tutti dedicare a esso ogni sforzo possibile e immaginabile.