Un bazar provinciale Warhol odiava Napoli

49
Visto il clamore mediatico e il confortante successo di pubblico di “Vetrine”, la mostra su Warhol inaugurata

Visto il clamore mediatico e il confortante successo di pubblico di “Vetrine”, la mostra su Warhol inaugurata al Pan, ripubblichiamo online l’articolo  uscito sull’edizione cartacea dello scorso 29 marzo. A differenza di quel che si sente dire in questi giorni una volta sì e l’altra pure, il rapporto tra il capoluogo partenopeo e il padre della Pop Art è tutt’altro che d’affetto. 

Caotica, grottesca, un perpetuo bazar. A Andy Napoli non è piaciuta allora né potrebbe piacergli adesso”. A sfatare uno dei più duraturi luoghi comuni sul rapporto d’amore che avrebbe legato Warhol alla città partenopea è Ernesto Esposito, designer di calzature haute couture di fama internazionale e tra i pochi napoletani a poter vantare non solo una duratura amicizia con il padre della Pop Art ma anche d’esserne ritratto. Accanto a quella di personaggi come Graziella Lonardi Buontempo, Peppino e Rodò di Bernardo, Lucio Amelio c’è infatti anche la serigrafia di Esposito tra le 150 opere esposte al Pan dal 18 aprile al 20 luglio in occasione della mostra “Andy Warhol – Vetrine”, curata da Achille Bonito Oliva e organizzata da “Spirale d’idee” in collaborazione con l’assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli. Andy si sentiva come un pulcinella Warhol era la sublimazione di una New York orgogliosamente consumistica, la nostra città lo deprimeva, in un certo senso lo soffocava, la sentiva troppo chiusa. Lui andava in giro con la parrucca e si sentiva come una specie di Pulcinella”, osserva Esposito, che accanto al lavoro di designer è un collezionista d’arte contemporanea di prim’ordine. Nella sua Wunderkammer ha ben 900 opere che spaziano da Jseph Beuys a Joseph Kosuth, da Robert Mapplethorpe a Damien Hirst. “Certo Andy non ha avuto modo di conoscere Napoli come avrebbe dovuto e voluto” ammette lo stilista, che ricorda benissimo il soggiorno a Napoli del genio di Pittsburgh per quello che è probabilmente rimasto l’evento culturale più importante degli ultimi decenni. L’incontro partenopeo tra Warhol-Beuys Era l’aprile del 1980, l’anno in cui Amelio presenta nella sua indimenticabile galleria di Piazza dei Martiri la mostra di ritratti “Beuys by Warhol”, l’incontro tra le due anime apparentemente più distanti della scena pittorica dell’epoca, quella continentale e concettuale di Joseph Beyus e quella fieramente commerciale di Warhol. Una Napoli che vuole essere come New York, si vocifera in quegli anni. “Ma per Warhol la distanza è siderale. Una delle poche cose che lo attraevano davvero era la figura dei femminielli, questa strana specie di trans metropolitani ma un po’ per mancanza di tempo un po’ perché troppo protetto non ebbe modo di conoscerli”. Contraddizioni d’artista Eppure ad alimentare il mito del legame speciale dell’artista con Napoli, oltre alla serie “Vesuvius” in cui rielabora da par suo uno dei classici dell’iconografia locale, ci sono le sue stesse parole. In un intervista rilasciata al Mattino il 1 aprile del 1980 proprio in occasione della presentazione della mostra alla galleria Amelio Warhol afferma: “Amo Napoli perché mi ricorda New York, specialmente per i tanti travestiti e per i rifiuti per strada. Come New York è una città che cade a pezzi, e nonostante tutto la gente è felice come a New York“. Ma si sa, per gli artisti le contraddizioni non sono un limite. “La contraddizione – scriveva Nietzsche nei scritti messinesi – costituisce un elevato segno di cultura”. La mostra al Pan Adombrando fenomeni caratteristici di Napoli come i “femminielli”, la produzione dei falsi o la tradizione canora, la mostra propone la serie “Ladies and Gentlemen” del 1975 (con relativi acetati e polaroid) e i disegni realizzati dall’artista a partire dalle fotografie di Wilhelm von Gloeden (1978) acquistate da Lucio Amelio; la storica serie Marilyn del 1967 e quella firmata nel 1985 da Warhol con la scritta “questa non è mia” (Marilyn this is not by me); le numerose collaborazioni avute dall’artista con case discografiche, cantanti e gruppi musicali, firmando cover assolutamente rare già alla fine degli anni degli anni 40 e altre presto entrate nella storia del rock. Il titolo della mostra nasce dall’esposizione al pianterreno di Palazzo Roccella di un nutrito gruppo di opere su carta tratto dalla serie Golden Shoes, realizzata da Warhol all’inizio della sua carriera a New York quando, a metà degli anni ’50, lavorava come grafico pubblicitario e vetrinista per i negozi di Madison Avenue. Le scatole sculturaAnalogamente, chiude la mostra la presentazione di serigrafie delle Campbell’s soup e dei Camoufflage, “scatole-scultura” e t-shirt realizzate dalla Andy Warhol Foundation for the Visual Arts in sintonia con la volontà dell’artista, che aveva inseguito il suo sogno di popolarità attraverso la moltiplicazione seriale delle proprie opere, in un’inedita competizione con le tecniche di produzione industriale e le regole della grande distribuzione.