Un network di compassione e comprensione

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di Giuseppe Tranchese

Siamo immersi in un flusso continuo di informazioni gestite con sofisticati sistemi di comunicazione di rete, impensabili fino a qualche decennio fa, ed allo stesso tempo impoveriti da relazioni umane sempre più precarie e superficiali, dove regna una diffusa diffidenza verso l’altro ed una mancanza di comunicazione autentica tra le persone.
Nonostante la grande disponibilità di mezzi di comunicazione digitali di ogni tipo, emergono, prepotentemente e paradossalmente, l’isolamento ed il senso di solitudine che si manifestano con un risentimento diffuso, una rabbia immotivata ed una violenza latente pronte ad esplodere al primo pretesto e, spesso, per futili motivi.
Siamo portati a pensare all’ambiente come a qualcosa di esterno a noi ed anche quando ci attiviamo per esercitare un senso di protezione verso di esso, assumiamo atteggiamenti rabbiosi, comunicando emozioni cariche di violenza. Ma tutto ciò che accade a livello macroscopico è un riflesso di ciò che origina e si esprime a livello delle nostre coscienze individuali; dunque, ciò che coltiviamo al nostro interno, si rispecchia su quello che percepiamo all’esterno.
Ogni volta che individuiamo un nemico al di fuori di noi stessi stiamo esercitando una violenza, perché proiettiamo pensieri interni (ovvero potenti energie elettromagnetiche) verso l’esterno, e dinanzi ad eventi terribili come le guerre, i cambiamenti climatici, le deforestazioni, l’inquinamento, ci poniamo come spettatori mediatici piuttosto che come protagonisti della storia che siamo tenuti a costruire.
Una vera rete comunicativa (un network), che porti fuori dall’isolamento delle coscienze, dovrebbe fondarsi su due grossi capisaldi: la compassione e la comprensione continue.
La compassione intesa nel senso etimologico originario puro (dal greco συμπἀθεια, sym patheia – “simpatia”) di sentire visceralmente le paure, le difficoltà, le sofferenze di chi vive drammi sulla propria pelle; la comprensione che il mondo sia in continua evoluzione e che ogni forma di conoscenza, anche scientifica, per quanto utile, sarà sempre un sapere parziale che ci deve far scendere dal piedistallo della presuntuosa conoscenza assoluta per farci salire sulla scala del dubbio consapevole. Ciò non significa che si debba essere passivi dinanzi alla violenza globale o smettere di leggere, studiare ed apprendere, anzi, occorre partire da ciò per entrare consapevolmente nei nostri limiti ed in quelli delle tecnologie che abbiamo creato, per valicarli, prendendoci tutto il tempo ed instillando tutto l’amore e le cure possibili per comprendere la natura della sofferenza, dove l’attribuzione della colpa venga mitigata ed assolta dall’umana possibilità di commettere errori, e dove l’insoddisfazione e la rabbia (rabbia che il poeta ed attivista vietnamita Thich Nhat Hanh definisce “un fuoco che può distruggere una foresta di meriti”) vengano filtrate dalla luce che emerge dalla bellezza che è attorno e dentro ogni essere vivente.