Una nuova strategia: valorizzare il lavoro e l’innovazione

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Imagoeconomica

di Ugo Calvaruso

Il tessuto italiano delle imprese è composto da innumerevoli piccole e medie aziende a gestione familiare, caratterizzate da elementi specifici, come: forme di controllo diretto, strutture organizzative poco formalizzate, poca propensione ad affrontare i cambiamenti tecnologici e organizzativi.

Nonostante una fragilità diffusa, spesso si parla di eccellenza per le piccole imprese italiane. In alcuni casi è un dato di fatto; ma non bisogna dimenticare gli aspetti negativi, che sono quelli da affrontare, come il ritardo negli investimenti in tecnologie, la mancanza di forme organizzative nuove e più produttive, o l’uso di strategie competitive più adeguate. Di fatto, la strategia più diffusa e consolidata nelle imprese italiane è la svalutazione del lavoro.

Questa strategia è alimentata dall’incapacità, da un lato, di alcuni imprenditori di rendere redditizie le aziende, utilizzando in modo adeguato e reale i finanziamenti, come il PNRR, per mettere in piedi attività reali ed utili; dall’altro, riuscire a trasformare la ricerca scientifica – una delle nostre eccellenze – in innovazione. Ovviamente, si tratta di una generalizzazione ma anche di un dato di fatto.

Nonostante le imprese italiane negli anni abbiano registrato in media buone performance, non si può non mettere in discussione la loro competitività e, in senso generale, la capacità di innovare. La questione diventa delicata, soprattutto se si vuole riuscire ad affrontare le attuali transizioni.

Rispetto alla ricerca, si manifesta – ciclicamente – una strana intenzione che punta a rivoluzionare il mondo della scuola, dell’Università e della cultura imitando paesi e culture lontane dalle nostre. Senza mostrare alcuna capacità né creativa né innovativa.

Bisogna iniziare a utilizzare in maniera adeguata i finanziamenti affinché si creino o rafforzino non solo sinergie tra università e imprese, ma anche una nuova cultura capace non solo di ridefinire nuove strategie aziendali che basino la propria competitività sulla “valorizzazione” del lavoro e dei lavoratori, e non più sulla loro svalutazione, ma anche di lavorare efficacemente sulla sostenibilità. Cosa che implica gli aspetti sociali oltre a quelli ambientali.

Lo Stato dovrebbe iniziare ad assumere un ruolo centrale non solo per garantire e ripensare la capacità della ricerca, senza stravolgerla – in quanto è una delle nostre eccellenze – ma ammodernandola, oltre a stimolare una nuova cultura imprenditoriale che la sappia valorizzare. Lo scopo è abbandonare falsi miti e slogan commerciali e investire in modo consapevole ed efficace, affinché si affrontino gli aspetti sociali italiani più cruciali e si garantisca un reale sviluppo del Paese e dei territori.

Questo ripensamento va coniugato con la stimolazione dei processi di trasformazione della ricerca scientifica in innovazione. Tutto ciò richiede una nuova cultura imprenditoriale e la formazione di nuove figure professionali. Ma, a dirla tutta, negli ultimi anni si sta andando proprio nella direzione opposta.