“Una persona su tre con sclerosi multipla perde il lavoro”

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Milano, 4 dic. (AdnKronos Salute) – “Una persona su tre con sclerosi multipla perde il lavoro, una su due vede fortemente ridimensionato il proprio progetto lavorativo con riduzione per esempio dell’income economico. Alla base c’è anche un problema sociale e culturale. Serve più attenzione a queste problematiche, perché spesso queste persone perdono o lasciano la propria occupazione per banalità risolvibili, come ad esempio la presenza di gradini che impediscono l’accesso al bagno o ad altri locali”. Ad accendere i riflettori sulle difficoltà che i pazienti con sclerosi multipla si trovano non di rado ad affrontare nella loro vita quotidiana è Gian Luigi Mancardi, presidente della Società italiana di neurologia (Sin), che oggi a Milano ha presenziato alla consegna dei Premi Merck in Neurologia.

La sfida lanciata nell’ambito di questa terza edizione del riconoscimento era proprio il miglioramento della qualità di vita della persona con sclerosi multipla in ambito lavorativo o relazionale. Ed è stata occasione per riflettere sulle esigenze ancora senza risposta e sulle criticità da affrontare. Criticità evidenziate per esempio dai dati, ricordati durante l’appuntamento milanese, di un’indagine condotta dall’Associazione italiana sclerosi multipla (Aism), secondo cui il 31,8% degli occupati ha dovuto ridurre il numero di ore lavorative, il 27,4% ha dovuto cambiare lavoro e il 50% di questi ultimi si è visto ridurre lo stipendio per quasi metà dell’importo percepito. “Speriamo che con gli sforzi delle società scientifiche e delle associazioni dei pazienti anche su questo fronte si possa migliorare”.

“Affaticamento”, che è uno dei sintomi che sperimentano i pazienti, “non deve diventare demansionamento”, puntualizza Roberta Amadeo, past presidente di Aism. “La qualità della vita è tutto e se riusciamo ad alzare l’asticella con la tecnologia, le nostre risorse e competenze possono essere utilizzate per dare un contributo alla società”.

La sclerosi multipla, ricorda Mancardi, “è molto frequente. Abbiamo in Italia circa 130 mila persone che hanno questo tipo di malattia, che colpisce soprattutto i giovani” nel pieno della loro vita. “Sebbene oggi la situazione sia molto migliorata perché abbiamo 20 terapie diverse – alcune di queste molto efficaci – e 20 anni fa ne avevamo zero, tuttavia la cura non c’è ancora e il paziente può accumulare disabilità che inficiano l’attività lavorativa e le relazioni sociali e familiari. La tecnologia può essere d’aiuto. Il fatto di poter continuare a lavorare è un problema che investe le persone e tutta la società”. La sfida più importante ora “è la comprensione dei meccanismi delle malattie autoimmuni, perché la vittoria passerà di lì. Quindi servono finanziamenti per la ricerca – conclude il numero uno della Sin – ma nel frattempo anche assistenza, per poter far sì che una persona possa vivere nel migliore dei modi possibili in relazione alla sua disabilità la propria esistenza”.