Una speranza storica

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di Pietro Di Muccio de Quattro

Son cent’anni dacché nel 1917 Prezzolini redasse il suo personale “Codice della vita italiana” in cui giudicava “l’Italia una speranza storica che si va facendo realtà” (Giuseppe Prezzolini, Il Meglio, Milano, 1971, pag. 194).
È rimasta “speranza”? È divenuta “realtà”? Certo è che la sua religione civile rimane esemplare ed attuale: “Io ho fede nell’Italia piuttosto attraverso un rinnovamento educativo che attraverso uno politico, preferisco un miglioramento del carattere ad una modificazione delle istituzioni. Ho più fede negli umili, che nei grandi; in coloro che occupano posizioni secondarie, che in quelli che sono arrivati in alto. Penso che i valori della nostra tradizione hanno bisogno di cambiamenti radicali: che noi teniamo troppo al Rinascimento ed a tutta la tonalità letteraria, enfatica, retorica che vi ha radice. Il mio ideale d’italiani è quello di uomini più pratici, più severi, più colti, più aperti alla visione del grande mondo moderno. Sento che si potrebbe arrivare ad un profondo rivolgimento spirituale in breve tempo: in un paio di generazioni; a patto di sentire la nostra attuale complessiva inferiorità, rispetto ad altri popoli; a patto di una rinunzia rigida a consuetudini che abbassano soprattutto il nostro valore morale e la nostra dignità; a patto di un esame di coscienza purificatore. Certamente non è facile dire a noi stessi ed in pubblico: ho peccato; ma non vi è correzione possibile se non attraverso questa confessione”.
Di generazioni ne son passate quattro, da allora, anche attraverso due guerre mondiali, una guerra civile, tre costituzioni (lo Statuto regio, il Fascismo mussoliniano, la Carta repubblicana), una monarchia ed una repubblica, decine di partiti nati e morti. Rinnovamento politico c’è stato, eccome. Non è servito, come prevedeva Prezzolini, che in questo non sbagliò. L’altro rinnovamento, quello culturale e caratteriale, no. Nel popolo, l’etica pubblica e la morale privata sono rimaste in sostanza immutate. L’ho sottolineato nell’Ideologia italiana (Liberilibri, 2016, pag. 130), ricordando l’ironia di Richard Feynman: “La teoria dello stregone è che la causa della malaria è uno spirito che proviene dall’aria; scuotere un serpente sopra la testa non aiuta, ma il chinino sì”.
Ecco, scrivevo, “gl’Italiani propendono ancora ad usare il chinino negli affari personali e ad agitare il serpente negli affari pubblici. Sono realisti, concreti, pratici, accorti nella vita privata, curando i propri interessi. Diventano dottrinali, complicati, superficiali, incauti nella vita pubblica, occupandosi dell’interesse comune. Nei fatti loro e nel governare se stessi tengono ben conto di ogni risvolto oggettivo. Nella cosa pubblica e nel governo della nazione trascurano la realtà effettiva”.
E ancora: “Il cittadino nutre la convinzione che, nella società, il bene proviene da lui anche se si comporta male, mentre il male deriva dagli altri pure quando agiscono bene”.
Era del resto impossibile quella “renovatio ab imis” senza la confessione purificatrice e la rigida rinunzia, auspicate da Prezzolini. Egli ha coltivato l’illusione che il “profondo rivolgimento spirituale”, in cui confidava, trovasse nell’indole degl’Italiani un ostacolo sormontabile in due, tre generazioni. Mentre, forse, richiede secoli.