Un’esposizione coinvolgente vuol dire visitatori emozionati. Serve il know how

186

Numeri importanti quelli del turismo a Napoli: un impennata di visite, rispetto al 2017, che cha proiettato la nostra città tra quelle più visitate in Europa. Standing ovation. Ricettività con numeri da fuochi d’artificio, ristoranti sempre pieni, chiese musei e monumenti visitatissimi, comitive di turisti ferme ai semafori che osservano stralunati l’indifferenza ai segnali (rosso, giallo, verde) dei temerari indigeni che si esercitano nello slalom tra le auto. Storie di ordinaria indisciplina vissuta dal turismo come colore locale. Il centro storico rischia di esplodere per il traffico di visitatori che invade le sue strade. Musei e strutture espositive con numeri mai visti. Non per tutti però. Proporzionalmente anche le strutture meno visitate hanno raggiunto numeri mai sperati prima. In proporzione. Il Museo Diocesano non è nuovo ad esposizioni di opere dalla grande qualità artistica. Una fra tutte l’esposizione del leonardesco Cristo Benedicente, una delle opere più discusse del Maestro. Anche quest’anno il Museo non si è smentito e ha offerto al pubblico dei visitatori un opera dalla bellezza ed efficacia notevolissime: il martirio di Sant’Erasmo, il santo che per aver scelto di essere cristiano fu eviscerato vivo. L’artista è Nicolas Poussin. L’immagine è rappresentata in tutta la sua violenza, ma risulta composta nella rappresentazione pur nella concitazione dei movimenti. Il martire è stato privato dei suoi suoi abiti vescovili, che giacciono a terra e sotto di lui come se fossero stati squarciati. C’è la violazione della nudità esposta alla curiosità degli astanti, c’è la violenza dell’eviscerazione.
Poussin attraverso la costruzione di una serie di gesti paralleli e di diagonali conferisce un carattere movimentato alla scena, e la completa con un sapiente uso del colore. Oh bene. Tutto molto bello, coinvolgente emozionate, moltotutto. Tutto chiaro per chi conosce la storia e i modi pittorici dell’artista. Però. Per chi entra al museo per curiosità, per dovere turistico, senza particolari conoscenze dell’arte e della storia, è sempre la solita solfa. Un opera intorno alla quale è stata costruita una mostra, in fondo sono sei euro d’ingresso e il museo è vicino alla trattoria, ambienti interessanti, piacevoli e quell’immagine dai colori e dalla compostezza della scena così poco legati alla tradizione di Caravaggio, di cui tutti si sentono conoscitori. Tutto qui, e presto che è tardi. Diciamolo pure, anzi urliamolo: la città ha bisogno di altro. I beni culturali sono l’articolo più difficile da vendere al mercato del turismo. Una buona cucina, non necessariamente da gourmet, un bel panorama dalle finestre delle camere da letto, shopping e curiosità sono merce di facilissimo consumo e sbagliare il marketing ,in un epoca in cui la domanda è tanta e tale, è veramente difficile. I beni culturali, possono seguire le sorti dei flussi turistici e quindi assecondarne la sinusoide con alti e bassi oppure possono essi stessi crearne, diventando la causa del turismo, dell’interesse, della permanenza in un luogo. Non è difficile immaginare per un opera come il martirio di Sant’Erasmo una lunga fila di visitatori alla ricerca del brivido dell’autoidentificazione e lo stimolo culturale a fronte di un immagine che usa colori e armonie ispirate a una pittura dai presupposti completamente diversi da quelli tipici della pittura napoletana dell’epoca. Se tutto questo fosse recepito. Musica, didascalie, illuminazione progressiva delle parti dell’opera per concentrare l’attenzione del visitatore su questo o quel particolare. Spot di luce per evidenziare l’uso di un azzurro più veneto che napoletano, e il contrasto con la posa che invece è di stampo caravaggesco. Il valore dell’opera è indubbio, l’esposizione dovrebbe enfatizzarlo creando un forte legame tra l’osservatore e l’opera. Il probabile risultato: le famose “chiorme” di turisti.