Ungdcec, leggi insufficienti a non far ripetere scandali come Enron e Parmalat

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Roma, 6 dic. (Labitalia) – “Le contraddizioni nei rapporti fra revisione e consulenza non sono affatto superate e gli interventi normativi sono insufficienti a contrastare le truffe e a far rispettare principi etici: bisogna cambiare le leggi per non far ripetere gli scandali Enron e Parmalat”. A dirlo Daniele Virgillito, presidente dell’Unione nazionale giovani dottori commercialisti ed esperti contabili (Ungdcec) che sul tema ha organizzato, insieme ai Giovani avvocati dell’Aiga e ai Giovani notai (Asign), l’XI Forum dei Giovani professionisti sui ‘Principi etici dei servizi legali, economici e finanziari alle imprese’ che si è svolto oggi a Roma.

Il tema centrale dell’etica nei rapporti economici e finanziari è stato approfondito in occasione del G20 dell’Aquila del 2009 da parte delle principali economie mondiali. “Il decalogo di regole morali scaturito dai lavori del vertice abruzzese e riassunto nell’espressione Global legal standard, riguarda correttezza, integrità e trasparenza che sono la chiave di un’economia che necessita del supporto e della fiducia degli individui – precisa Virgillito – in questo ambito la revisione legale dei conti svolge un ruolo determinante per il raggiungimento dell’obiettivo e secondo noi lo scenario attuale non appare compatibile con i principi del Global legal standard”.

“E’ urgente – avverte – un più incisivo intervento da parte di chi legifera e delle autorità sovranazionali, per evitare che gli errori del passato si reiterino, anche perché il tema può essere esteso al ruolo degli ordini e della deontologia rispetto alla tutela della concorrenza”.

Dopo lo scandalo del 2001, che portò alla condanna a ventiquattro anni di reclusione per l’amministratore delegato Jeffrey Skilling e pene detentive per le altre figure apicali dell’azienda, il mondo dell’economia iniziò a interrogarsi sui possibili correttivi da porre in essere e nacquero due diverse norme: la prima, statunitense, è il Serbanes oxley act che pone l’attenzione sulle frodi aziendali; la seconda, europea, è la direttiva 2006/43/ Ce, recepita in Italia attraverso il decreto legislativo 39/2010. “Ma quello fu solo un inizio”, ricorda Virgillito.

Fra il 2014 e il 2017 nel nostro Paese “abbiamo assistito alla deflagrazione di diversi istituti di credito tra i quali: Cariferrara, Carichieti, Banca Marche, Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza – sottolinea – tutti istituti che possedevano bilanci esaminati da una delle note ‘Big Four’: le quattro grandi società di auditing che dominano il mercato della revisione”. La cronaca ha poi riportato che la triste fine di queste banche ha messo in ginocchio centinaia di risparmiatori e moltissime imprese, condizionando la stabilità del tessuto economico del nostro Paese. “Nel tempo, d’altro canto, abbiamo visto l’innegabile e poderosa crescita dei network internazionali della consulenza sia in termini di numero di impiegati sia di sedi, al punto che oggi le Big Four ricoprono complessivamente il 90% del mercato della revisione legale e contabile”.

“Un’analisi approfondita del settore audit services – spiega Virgillito – è stata condotta recentemente dalla Cma (Competition & markets authority) con riferimento al mercato inglese: i non-audit services rappresentano il 79% dei ricavi complessivi delle Big four e sono molto più remunerativi degli audit services”. Lo studio della Cma conclude con quattro raccomandazioni al governo inglese, illustra il leader dei Giovani commercialisti, “tra le quali spicca quella che suggerisce un operational split tra l’attività di consulenza e quella di revisione, con prospetti finanziari separati e trasparenti, affinché la qualità degli audit aumenti senza alcuna influenza da parte dell’area dedicata alla consulenza”.

L’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, intervenuto al Forum, ha lanciato un monito all’Antitrust europeo, invitandolo a occuparsi dello strapotere e della posizione dominante dei quattro grandi colossi internazionali della revisione che, avendo esteso a dismisura il loro business anche alla consulenza finanziaria e industriale, legale e fiscale, “minano – sostiene Tremonti – i più basilari principi di concorrenza spiazzando, in concreto, le libere professioni”. Tale concentrazione, aggiunge l’ex ministro delle Finanze “parrebbe generare un’oligarchia contabile, una sorta di mega-industria della consulenza, capace di produrre ricavi per oltre 100 miliardi di dollari”.

Secondo Tremonti “per decenni, le società di revisione hanno avuto un’operatività rigorosamente limitata per oggetto e campo di attività alla revisione contabile svolgendo, anche in Italia, un impatto determinante nella crescita della cultura economica e dell’etica”. Negli ultimi anni, precisa l’esperto, “mentre il mondo e il mercato diventavano sempre più globalizzati, le società della revisione però sono asimmetricamente passate da 8 a 4 estendendo su larga scala le attività di consulenza tra le quali, sono emerse prepotentemente, anche quelle fiscali e legate al contenzioso”.

La Enron corporation fallì nel 2001 improvvisamente e in modo del tutto inaspettato, dopo che i suoi titoli partecipativi quotati avevano visto un aumento di valore costante negli ultimi dieci anni. Si scoprì, infatti, che Enron aveva metodicamente artefatto le proprie comunicazioni finanziarie con l’aiuto di una delle società di revisione e di consulenza più famose all’epoca dei fatti, la Arthur Andersen, che nel 2002 fu costretta dalla Sec a rendere le proprie licenze a operare come certified public accountant. Poco tempo prima Arthur Andersen fu oggetto di una lotta interna fra la business unit che si occupava di audit e la business unit che si occupava, invece, di advisory: nel tempo l’attività di consulenza era diventata molto più redditizia dell’attività di revisione e si pose per la prima volta il problema del doppio binario. Spesso, infatti, l’attività di revisione veniva utilizzata come ariete per attrarre nuovi clienti e poi vendere servizi di consulenza. Di Enron oggi rimane solo la Enron creditors recovery corp, una società il cui unico obiettivo è quello di individuare il miglior soddisfacimento per i creditori dell’epoca.