Università, alla Federico II studenti con maschere di Dalì contro il caro tasse

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Maschera di Dalì e tute rosse: i ragazzi del Collettivo autorganizzato universitario di Napoli anche oggi hanno protestato contro il caro tasse, emulando la serie tv La casa di Carta. Chiedono un incontro con il rettore dell’Università Federico II per “aprire un tavolo di discussione sul tema”. L’aumento medio annuo delle tasse universitarie, come denunciano, “e’ di 800 euro, a fronte di servizi inesistenti”. Le richieste, da portare al tavolo del rettore, prevedono l’istituzione di una no tax area fino a 25mila euro, “come accade a Milano, Torino, Bologna, scaglionamento per i redditi sopra i 60mila euro, e che gli aggravi fiscali non cadano sulle spalle degli studenti con un reddito compreso fra i 35mila e i 50 mila euro”. Un tema che tocca i ragazzi dell’ateneo federiciano, ma che, come spiegano, “sara’ presto allargato agli altri atenei, a partire da L’Orientale che ne discutera’ oggi”. “Siamo in mobilitazione permanente – spiega Ciro – l’aumento e’ insostenibile. Chiediamo un incontro con il rettore che, nonostante le richieste, non ha ancora dato ascolto agli studenti”. Per Gennaro, “le priorita’ in questo Paese sono sballate2. “Accusano gli studenti di essere evasori – dice – ma c’e’ una chiata volonta’ politica di ridurre costantemente i fondi per il diritto allo studio. Nel Mezzogiorno c’e’ una frattura profonda tra opportunita’ di accesso allo studio e l’ennesimo sbarramento universitario”. Alberto si rivolge direttamente a chi, a suo avviso, punta il dito contro gli studenti: “A chi ci ascolta chiedo di chi e’ la colpa? Hanno soldi per spese militari s non per l’universita’. Non viene finanziato il diritto allo studio”. La scelta della maschera di Dali’ e delle tute rosse “non e’ casuale”, come evidenzia Davide. “Negli anni passati i ragazzi avevano la maschera di ‘V per Vendetta’, noi quelle de La casa di carta – sottolinea – Una serie tv che ha trattato il tema del denaro in un modo molto specifico. Noi li abbiamo scelti per cercare di essere piu’ comunicativi ed entrare nella quotidianita’ degli studenti che magari non fanno polita attiva”. “Usiamo un linguaggio per cosi’ dire ‘pop’ – conclude – e forse l’obiettivo di attirare attenzione l’abbiamo centrato”.