Università: Ibm, con 48 atenei italiani per creare nuove figure professionali

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Roma, 10 dic. (Labitalia) – Ben 48 università coinvolte, 19 delle quali hanno adottato un protocollo di intesa per indirizzare attività congiunte. Oltre 600 ore dedicate a seminari focalizzati su intelligenza artificiale, cloud computing, big data, cybersecurity, blockchain, internet of things e quantum computing. Più di 200 university ambassadors che quasi quotidianamente sono presenti negli atenei italiani per accompagnare la formazione verso le frontiere della digital transformation.

Sono solo alcuni dei numeri che sintetizzano le relazioni che Ibm porta avanti con chi in Italia ha il fondamentale ruolo di guidare la creazione dei nuovi profili professionali. Sotto gli occhi di tutti ci sono i dati che delineano un profondo skill gap che separa il mondo del lavoro da quello della formazione. Basti pensare agli oltre 150mila posti di lavoro disponibili che le aziende faticano a coprire per l’assenza di professionalità adeguate.

“La mancanza di innovazione – spiega Enrico Cereda, presidente e amministratore delegato di Ibm Italia- e non l’introduzione di tecnologie esponenziali come l’artificial intelligence rischia di bruciare migliaia di opportunità occupazionali. E’ questa la consapevolezza che ci spinge, con l’articolazione del programma AcceleraItalia, ad affiancare le università nel preparare gli studenti a uno scenario tecnologico in profondo mutamento. La previsione, da molti condivisa, è che solo il 10% dei lavori ad oggi conosciuti scomparirà, mentre il 100% verrà trasformato. Un dato che deve spingerci verso una nuova formula di collaborazione pubblico-privati per l’istruzione”.

Da questa collaborazione sono nate lauree specialistiche, corsi di dottorato ed executive Mba in collaborazione con alcune delle più prestigiose Università su tutto il territorio italiano: i Politecnici di Milano e Torino, l’Università Cattolica del Sacro Cuore e la Bocconi, l’Università di Pavia, l’ateneo di Brescia e la Cuoa di Altavilla Vicentina, la Scuola Superiore Sant’Anna a Pisa, l’Università La Sapienza e la Luiss a Roma, la Federico II di Napoli e il Politecnico e l’Università degli Studi di Bari. Ma l’ecosistema che Ibm affianca si spinge oltre con il coinvolgimento di 15mila sviluppatori sulla piattaforma Ibm Cloud e più di 10mila studenti partecipanti ai programmi Ibm Academic Initiative. Ibm, inoltre, non si limita a supportare la formazione solo nell’ambito di tematiche Ict. Le collaborazioni con le università italiane toccano anche argomenti quali Agile e Design Thinking come strumenti per facilitare l’innovazione. Contributi di questo tipo sono attivi con Iulm, Iaad, Ied e Domus Academy.

L’azienda collabora anche con le accademie per supportare gli studenti in percorsi di tesi di laurea triennale e magistrale, ma anche percorsi di alta formazione di dottorato di ricerca connettendo il tessuto universitario italiano con i laboratori internazionali di ricerca. Tra i casi di successo ci sono le collaborazioni con il Politecnico di Milano, l’Università di Genova, l’Università degli studi di Cagliari, la Federico II di Napoli, l’Università degli studi di Pavia, l’Università Politecnica delle Marche, l’Università degli studi di Bergamo e l’Università di Modena e Reggio Emilia. Da tutto ciò si ricava quanto sia grande l’impegno di Ibm per accelerare l’Italia con nuove competenze professionali.

“Il nostro più grande investimento – spiega Cereda – al fianco delle università italiane è la passione. Una passione motivata dal senso di responsabilità che, in considerazione della grande sfida rappresentata dai nuovi saperi e dai nuovi profili professionali, ci impone di rimboccarci le maniche e partecipare attivamente alla formazione di coloro i quali guideranno molto presto il nostro Paese. Viviamo l’epoca – sostiene – delle tecnologie esponenziali come intelligenza artificiale, blockchain e internet delle cose: se non sapremo metterle adeguatamente a frutto, perderemo posti di lavoro, competitività, produttività ed efficienza”.