Università: periti industriali, sale percentuale iscritti dopo diploma tecnico

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Roma, 26 set. (Labitalia) – Sale la percentuale dei diplomati tecnici che si iscrive all’università. E cresce la quota di chi, tra questi, consegue una laurea triennale. Secondo i dati del Centro studi del Consiglio nazionale dei periti industriali, elaborati a partire dalle banche dati del Miur, di Eurostat e di Almalaurea, infatti, tra le tendenze positive del sistema formativo negli ultimi anni vi è proprio questa: una netta ripresa a proseguire gli studi, e poi a laurearsi, da parte di chi si è diplomato a un istituto tecnologico. A partire dal 2011, infatti, quasi a sfatare un vecchio mito, si è registrata una crescita significativa del tasso di immatricolazione dei diplomati tecnici (immatricolati con meno di 20 anni sul totale dei diplomati), passato dal 22,7% dell’anno accademico 2011-2012 al 26% dell’anno accademico 2017-2018, in contrasto con quanto avvenuto per i diplomati liceali, tra cui la propensione a proseguire gli studi universitari è andata riducendosi.

Una tendenza, questa, che, seppure in parte è riconducibile alle difficoltà di inserimento occupazionale dei diplomati (solo il 30% dei tecnici lavora a tempo pieno), trova ragione nell’aspirazione ad acquisire un profilo di conoscenze più specialistico con una formazione di tipo terziario, oggi sempre più richiesta dalle aziende per ricoprire posizioni di tipo tecnico ingegneristico, un tempo destinate ai soli diplomati. Ma quale corso di studi scelgono questi diplomati? Ingegneria e architettura sono le favorite, scelte dal 64,3% dei diplomati in elettronica ed elettrotecnica che decidono di proseguire gli studi, dal 58% di quanti provengono dal cat (costruzione, ambiente e territorio) e dal 50,3% degli informatici. La restante parte di studenti si distribuisce tra le altre facoltà, con preferenza per quelle economiche e statistiche, e scientifiche.

Certo, nonostante cresca la propensione a iscriversi all’università, tra i tecnici, resta alto il numero degli abbandoni: secondo il Rapporto Anvur pubblicato nel settembre 2018 sullo stato del sistema universitario, circa la metà dei diplomati tecnici abbandona l’università (contro il 24,5% dei liceali), e di questi il 20% lo fa nel primo anno.

A sei anni dall’immatricolazione, meno della metà dei primi ha conseguito la laurea (43,2%, ma tra i liceali la percentuale sale al 64,3%), mentre l’8,7% risulta ancora iscritto all’università. Malgrado, quindi, i miglioramenti (è cresciuta nel frattempo anche la quota di immatricolati provenienti da istituti tecnici che si laurea nel triennio), è indubbio che gli studenti che provengono da un percorso secondario di tipo tecnico non trovano nell’attuale offerta universitaria un percorso congruo, per vocazione e caratteristiche, con il percorso formativo intrapreso. Regina indiscussa dell’università italiana, con 232 mila iscritti e circa 40 mila immatricolati nell’anno accademico 2017/18, è la laurea in ingegneria che continua a trainare il sistema raccogliendo anche nell’ultimo anno il 14,5% dei nuovi iscritti.

Le ragioni si inquadrano soprattutto nelle maggiori opportunità occupazionali offerte da tale laurea, accompagnate da una decisa evoluzione dell’offerta formativa negli ultimi anni, anche alla luce della centralità che le conoscenze in campo tecnico ingegneristico rivestono nella nostra società.

Comunque, nonostante i miglioramenti nelle performance complessive del sistema, resta ancora alta la quota di studenti che non riesce a completare il percorso di studi in ingegneria: a tre anni dall’immatricolazione è infatti il 19% degli iscritti ad aver abbandonato il corso. E anche spostando l’orizzonte di riferimento più avanti non si registrano miglioramenti di rilievo.

La difficoltà dell’università italiana di integrare nel proprio sistema alcuni segmenti di diplomati è da ricondurre principalmente alla rigidità dell’offerta formativa di tipo terziario, rimasta sostanzialmente immutata negli anni. Le lauree professionalizzanti, ora in partenza in 14 atenei italiani, sono la risposta per compensare quell’indebolimento dell’offerta formativa che, negli anni, ha sempre più caratterizzato i percorsi tecnici superiori, e per garantire quell’innalzamento dei livelli formativi in ambito tecnico e scientifico che il mercato richiede con urgenza.

Secondo i dati del Centro studi, infatti, l’introduzione di questo corso di laurea in ambito tecnico ingegneristico senza numero programmato, potrebbe coinvolgere annualmente circa 10 mila studenti. Di questi, più di 4mila provenienti dal recupero dei fenomeni di dispersione che si registrano nelle discipline ingegneristiche, a 6 anni dall’immatricolazione in un corso di laurea triennale di ingegneria il 29% ha abbandonato gli studi, il 50% si è laureato, mentre il 21% risulta ancora iscritto.

Quasi 4 mila, invece, nuove immatricolazioni di diplomati tecnici che rischiano di non lavorare e non studiare o, seppure, potrebbero essere interessati a coniugare studio e lavoro.