Urs Rechsteiner e la rinascita del Real Albergo dei Poveri: il Museo apre al presente

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di Francesco Bellofatto

Riaprire un luogo non significa soltanto restituirlo alla fruizione: significa restituirgli voce, storia, identità. Il Real Albergo dei Poveri, con la sua estensione smisurata e la sua architettura che incide l’orizzonte napoletano da quasi tre secoli, è uno di quei luoghi che parlano anche quando tacciono. Oggi, nell’ambito delle celebrazioni per Napoli2500, quel silenzio si spezza e lascia spazio a un nuovo inizio: l’inaugurazione del Museo del Real Albergo dei Poveri, primo passo di un progetto che riattiva l’antica utopia sociale voluta da Carlo di Borbone e progettata da Ferdinando Fuga.

A segnare questa rinascita è anche un gesto che intreccia arte e memoria, dono e responsabilità pubblica. Il mecenate svizzero Urs Rechsteiner, fondatore della FUR – Fondazione Urs Rechsteiner, ha donato alla città due sculture dell’artista toscano Riccardo Grazzi, la Panca con il Toro e la Panca dell’Aquila. Opere che non fanno da ornamento, ma da interpreti: sedute scultoree concepite per dialogare con lo spazio e con la storia dell’Albergo, reinterpretando simboli di rinascita, forza e dignità.

Nel giorno dell’inaugurazione, il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, ha sottolineato la portata civile di questo ritorno alla vita: «Questo è uno dei più grandi edifici europei, una grande utopia del Settecento che voleva dare un futuro alle bambine e ai bambini del Regno di Napoli. Lo faceva garantendo cibo, abiti e soprattutto un mestiere. Oggi rianimiamo questo palazzo con un progetto che rende attuale quel messaggio: costruire il futuro dei nostri giovani partendo dalla cultura, dalla lettura, dall’università e dall’innovazione tecnologica. Vogliamo utilizzare la memoria come un grande progetto di futuro».

Il percorso inaugurale non è solo museale, ma narrativo. Nel Refettorio monumentale prende forma Ancora qui. L’Albergo dei Poveri: la memoria delle cose, un prologo espositivo composto da oggetti recuperati durante i lavori di restauro: piatti, bicchieri, scarpe, valigie, caffettiere, letti, macchine da scrivere, documenti militari. Tracce materiali che affiorano come frammenti di esistenze quotidiane, restituendo umanità a un luogo troppo spesso percepito solo nella sua monumentalità.

«Non è una mostra e non è un museo: è un prologo», spiega Laura Valente, direttrice artistica di Napoli2500. «È l’inizio di un racconto sull’utopia sociale nata qui nel 1751. Gli oggetti che abbiamo ritrovato ci parlano dei bambini e delle bambine che hanno abitato queste stanze. Sono ancora qui, e ci interrogano. Ci chiedono ancora di essere salvati. E noi faremo la nostra parte».

In questo tessuto narrativo si inserisce con naturalezza la donazione della Fondazione FUR. La Panca con il Toro rilegge la Tauroctonia mitraica come gesto di generatività: il sangue del toro che feconda la terra, metafora di una vita che si rigenera. Un simbolo potentissimo in un luogo nato per trasformare la fragilità in possibilità. La Panca dell’Aquila concentra invece la tensione verso la dignità e la libertà, evocando il rapace che fu emblema del Real Albergo dei Poveri. Entrambe le opere si presentano come inviti a fermarsi, sedersi, ascoltare: la scultura diventa esperienza vissuta, non solo osservata.

Il mecenate Urs Rechsteiner ha raccontato così l’origine di questo legame: «Per me Napoli non è una scoperta recente, è parte della mia storia. Un mio antenato servì qui per oltre vent’anni nelle Guardie Svizzere del Regno delle Due Sicilie. Donare alla città significa restituire qualcosa a questo legame antico». La sua Fondazione, già attiva in Toscana grazie al Sentiero dell’Arte e dell’Anima di Pienza, allarga così il suo dialogo culturale, intrecciando la Val d’Orcia con Napoli in un ideale ponte tra paesaggi, comunità e simboli condivisi.

La rinascita del Real Albergo dei Poveri non è un atto rituale, né un’operazione nostalgica: è un impegno. È la scelta di restituire a un edificio-monumento il ruolo per cui era nato: accogliere, formare, proiettare nel futuro. Le due sculture di Grazzi, oggi parte del suo patrimonio, sono un messaggio preciso: la bellezza, quando è condivisa, genera nuovi racconti e nuove possibilità.

Napoli riapre così le porte del suo gigante silenzioso, e quel gigante, finalmente, ricomincia a parlare.