Usa, Antonio D’Alessio si aggiudica il Merit award al congresso di oncologia

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Trenta anni e già una grande esperienza di ricercatore specializzando in oncologia alle spalle: partito da Napoli, ha studiato all’Università Humanitas di Milano per poi passare all’Imperial College di Londra con una borsa di specializzazione e approdare a Chicago, per ricevere il premio Merit award al congresso mondiale della Società americana di oncologia clinica (Asco).

Per Antonio D’Alessio il premio rappresenta “un nuovo inizio” dopo i due anni bui della pandemia perché, commenta, “ogni minuto perso la ricerca contro i tumori in questi mesi è un danno enorme e irrecuperabile”. Con Londra, spiega, “abbiamo collaborazioni aperte”. Ma non si sente un ‘cervello in fuga’ e per il futuro non esclude alcuna possibilità.

“Sicuramente l’Italia non ha nulla da invidiare e abbiamo tantissima professionalità – afferma -. Il modo in cui si viene preparati in Italia è probabilmente senza pari. Il punto è che, però, le risorse economiche a disposizione sono maggiori all’estero anche se l’expertise italiana è eccellente”.

Un riconoscimento importante, quello del Merit Award – rivolto a giovani oncologi under40 per lavori di elevato interesse e che consente di presentare i risultati ottenuti dinanzi alla platea del congresso Asco, il più importante appuntamento mondiale del settore – che arriva dopo il lungo stop imposto dal Covid.

La pandemia, “soprattutto per i giovani ricercatori – sottolinea – ha significato un momento di estrema difficoltà perché questo è il periodo cruciale per creare network e collaborazioni, e la pandemia ha frenato tutto ciò avendo un impatto forte sulla carriera dei giovani. Sono stati due anni che hanno frenato il nostro percorso di crescita. Ora, dopo due anni di fatto ‘congelati’, si ricomincia. Ma ogni minuto perso per la ricerca è un minuto che non può essere recuperato: la ricerca ha dei tempi tecnici e se quel tempo viene perso, purtroppo è difficile accelerare e recuperarlo. Ad esempio, molti studi oncologici hanno dovuto fermare l’arruolamento dei pazienti e quel tempo è sostanzialmente andato perso”.

Sicuramente, rileva, “la pandemia, di contro, ha aiutato a sviluppare metodi nuovi di ricerca a distanza ma tutta l’attività che si fa con le mani in laboratorio è stata congelata in maniera irrecuperabile. È un peso che sentiremo, però anche questo premio all’Asco è un nuovo inizio”.

Un premio che, è l’auspicio, sarà uno sprone ad andare avanti per arrivare a nuove terapie contro il cancro. Ed innovativo è infatti lo studio del giovane ricercatore – premiato insieme ad altri 9 italiani, alcuni dei quali all’estero – focalizzato sull’approccio dell’immunoterapia per il tumore al fegato.

L’immunoterapia, chiarisce, “ha rivoluzionato il trattamento del tumore al fegato metastatico e ora la sfida è portarla in una fase più precoce con l’obiettivo di poter curare il paziente e prevenire metastasi. Questo studio di fase 1 ha dimostrato che anche per il cancro al fegato in fase precoce l’immunoterapia è sicura per i pazienti”.

Ma ci sono anche primi dati di efficacia: “Abbiamo visto che dopo sole 2 somministrazioni di immunoterapia il tumore reagisce riducendosi. Inoltre, con la chirurgia si è visto che questi tumori si necrotizzano, dunque si distruggono totalmente le cellule tumorali e l’auspicio è che si possano ridurre appunto i tassi di recidiva”.

Infine, “analizzando campioni di tessuto, sangue e microbiota intestinale dei pazienti – conclude il ricercatore – stiamo cercando anche di identificare fattori che possano predire quali pazienti potranno rispondere meglio al trattamento con immunoterapia”.